Un segreto ben custodito

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MAUS

MAUS

Maus, di Art Spigelman

MAUS

di Art Spiegelman

 

Valutazione: 9 palloncini su 10

 

Ho avuto tra le mani questo fumetto almeno un paio di volte in passato, senza che scoccasse la scintilla che mi facesse pensare: devo leggerlo ergo devo comprarlo. (Eh sì, perché da buon feticista dei libri non sopporto di leggere libri che non possiedo.)

La prima volta è stata alcuni anni fa. Ero a casa di Marco, l’altro Criminale in Trappola, e stavo per mettermi a letto dopo aver sbirciato tra i suoi libri. Lui mi porge il volume e mi fa: “Leggi questo. Non leggo fumetti di solito, ma questo l’ho trovato molto bello”. Sfogliai qualche pagina controvoglia e poi caddi in un sonno profondo.

La seconda volta, più di recente, è successo dentro una libreria mentre gironzolavo per scegliere un regalo. Sappiatelo: io regalo solo libri! Purtroppo non sempre i destinatari del regalo sono accaniti lettori, ma in quel caso mi convinsi che Maus potesse essere un buon compromesso e lo presi. Non so, in effetti, se è stato poi letto; dovrò indagare.

Infine, ecco scoccare la scintilla.

Un paio di settimane fa mi si visualizza nella mente l’immagine della copertina (questi due topi con occhietti spauriti che si stagliano davanti a una svastica felina) e non mi si toglie più finché non vado a comprare il libro. Se esiste una sorta di futuristica ipnosi a distanza, ne sono stata vittima.

Comunque, ipnosi o no, in una manciata di giorni lo leggo.

Ecco, la prima cosa che mi viene in mente è che Maus non ha niente a che fare con la letteratura.

La storia procede senza ritmo, in maniera lenta e con frequenti ridondanze; la scrittura è pesante e a volte didascalica. A ben vedere, forse Maus non ha niente a che fare neanche col fumetto. Per lo meno col fumetto cui ero abituato io: i disegni sono sporchi, privi di dettagli, quasi solo abbozzati; i personaggi sono tutti uguali, impossibili da distinguere se non quando vengono chiamati per nome da altri personaggi.

La verità è che Maus ha a che fare con la vita.

L’opera è autobiografica. L’autore stesso è uno dei personaggi: Art è un giovane fumettista che decide di raccontare la storia del padre Vladek, un ebreo reduce dai campi di concentramento e sopravvissuto all’orrore nazista.

I personaggi dell’opera non hanno forma umana. Sono rappresentati come animali, secondo una distinzione sociale ben definita: gli ebrei sono topi (Maus in tedesco significa “topo”. Inoltre, il “Panzer VIII Maus” era un carro armato tedesco della Seconda Guerra Mondiale); i nazisti, naturalmente, sono gatti; i polacchi sono maiali, i francesi rane, gli americani cani.

Quando ho visto questi topolini indossare la maschera di gatti o di maiali (rappresentazione grafica dell’essere riusciti a ottenere documenti di identità falsi) e, in questo modo, passare inosservati ai loro aguzzini, ho capito la grandezza di Maus: l’orrore della vita racchiuso in un “semplice” fumetto.

Da un certo punto di vista tutto ciò potrebbe suonare blasfemo. Del resto, lo stesso Spigelman, durante la stesura dell’opera, fu tormentato dal timore di mancare di rispetto alle tante vittime dell’Olocausto con un’opera inadeguata: il fumetto infatti potrebbe sembrare uno strumento troppo riduttivo per essere applicato a una tematica così grave e importante. Ma questo (pre) giudizio viene completamente ribaltato dalla lettura di Maus. Anzi, quello che davvero succede è che il fumetto, con la sua semplicità, la sua grazia, le sue dinamiche, la sua poesia, funge da cassa da risonanza alle tragiche vicende vissute dal popolo ebraico.

E tu ti ritrovi a sfogliare le pagine e a soffrire assieme a questi topolini che cercano solo di sopravvivere. Finisci con l’affezionarti a un animale che, tipicamente, non è fatto per suscitare emozioni positive. Lo stesso Spiegelman lo ha scelto perché emblema della paura, del ribrezzo, perché ha voluto gridare a tutto il mondo come l’orrore nazista sia stato capace di ridurre esseri umani a bestie sporche e affamate.

Ecco che allora Maus ha sì a che fare con il fumetto, perché alla base c’è una scelta, coraggiosa e ben precisa, di condurre uno stile coerente con il processo allegorico avviato, di rappresentare la vita senza fronzoli, perché in quel periodo la vita degli ebrei era così.

Ma la vita bisogna avere il coraggio e il talento di raccontarla. E allora Maus ha a che fare anche con la letteratura. E con la grande, grandissima letteratura. Perché Maus è una storia bellissima che, nella sua lenta, ma inesorabile quotidianità ti prende per mano e ti conduce dalle case sfarzose delle prime tavole ai tuguri stretti e sporchi dei nascondigli, ai gretti e inumani lager, alle camere a gas, ai forni crematori, fino in fondo alle fosse comuni.

I topolini venivano messi in queste camere pulite e ordinate per fare la doccia. Dalle docce però non usciva acqua ma un insetticida, lo Zyklon B, che poteva procurare la morte in 3 minuti o in 30. Nella maggior parte dei casi, non era lo Zyklon a uccidere, ma il panico che si generava e che portava le persone ammassate a calpestarsi a vicenda. Quando i nazisti dovevano ripulire la doccia, si ritrovavano un mucchio di corpi, uno sopra l’altro: in alto, i più forti, in basso, i vecchi e i bambini, morti schiacciati, soffocati. Gli arti slogati, le dita delle mani rotte a forza di grattare sulle pareti per cercare una via di fuga. I graffi sulla porta, dove maggiore era il numero di corpi accalcati.

Ecco, in fin dei conti, cos’è davvero Maus: una intensa, terrificante esperienza di vita.

Valutazione: 9/10

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