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La cattedrale del mare

La cattedrale del mare

 

LA CATTEDRALE DEL MARE

di Ildefonso Falcones

 

Valutazione: 6 palloncini su 10

 

Non è che abbia granché voglia di scrivere questa recensione. Avrei preferito bollare il romanzo di Falcones con quattro parole e chiuderla lì, ma siccome abbiamo deciso di creare questa sezione del blog dedicata ai libri degli altri (qui, per esempio, la recensione di Maus), mi ci devo impegnare. Almeno un poco.

Se non avevo una gran voglia di recensirlo è perché, in fondo, non mi è piaciuto del tutto.

Ma partiamo dall’inizio.

La Cattedrale del Mare è il best seller che ha dato fama mondiale (un po’ tardiva, ma per sua fortuna non postuma) a Idelfonso Falcones, avvocato spagnolo che vive ed esercita la professione a Barcellona.

È un romanzo storico ambientato durante il XIV secolo proprio a Barcellona, ed è intriso, a tratti, delle idee separatiste che stanno tanto animando le discussioni politiche spagnole di questi giorni (ai primi di ottobre sarebbe previsto il referendum per separare la Catalogna dal resto della Spagna, ma, stando alle ultime notizie, non è del tutto sicuro che si tenga).

Inoltre, è diviso in quattro grandi periodi, ognuno dei quali è connotato dalla parola “servi”, perché, tutti i suoi personaggi, e soprattutto quelli principali, sono in qualche modo servi di qualcosa: della gleba, della nobiltà, della passione e del destino.

La storia trae origine da una vicenda drammatica: durante le nozze di Bernat Estanyol, il conte della zona reclama e ottiene di soddisfare lo ius primae noctis e, in pratica, violenta la sposa, la bella Francesca, la quale non si riavrà più e cadrà in disgrazia. Bernat decide di fuggire assieme al figlio, nato di lì a poco, il quale, per via del caratteristico neo della famiglia, si rivela con certezza suo discendente.

Inizia quindi una lunga, lunghissima storia incentrata principalmente sulla figura di Arnau, il figlio di Bernat, che vediamo dapprima bambino, poi adulto dai sanissimi principi, buono e giusto con tutti. Assistiamo alla sua ascesa, alla sua discesa e nuovamente alla sua ascesa, neanche fossimo sulle montagne russe.

Il romanzo, come dicevo, non mi è piaciuto del tutto. All’inizio, in particolare, ho fatto una fatica tremenda a portare avanti la lettura, e la consapevolezza di avere quasi 700 pagine davanti mi gettava in depressione un rigo dopo l’altro.

L’aspetto che principalmente non sopportavo era il taglio netto con cui sono stati tratteggiati i personaggi, che si presentavano o perfidi e immotivatamente cattivi, o irrimediabilmente e noiosamente buoni.

Le cose iniziano a cambiare intorno a pagina 300 (eh, sì, avete capito bene: sono dovuto arrivare quasi a metà libro per cominciare ad apprezzarlo), e in particolare con il capitolo che tratta della diffusione della peste. A quel punto, molti personaggi iniziano a svelare il proprio carattere e le motivazioni alla base delle loro scelte. Il ritmo si fa incalzante e si riescono a leggere anche cento pagine in un paio d’ore con un certo entusiasmo.

Entusiasmo che sfuma troppo presto però, perché sul finire (ma siamo ancora a più di 100 pagine dalla parola fine) la storia torna a essere irritante. La trama, ingegnosamente ingarbugliata fino a quel momento, viene dissolta in un amen attraverso l’intervento del classico deus ex machina.

Non è proprio così, in effetti: a onor del vero ci sono anche alcuni risvolti molto interessanti, seminati in precedenza e raccolti con maestria sul finale. Il vero problema è che tutto si risolve in maniera troppo semplice e rapida, soprattutto in considerazione di quanto era stata complicata la matassa.

Per quanto mi riguarda, infine, devo ammettere che sulla valutazione di questo romanzo ha influito molto l’impari confronto con I pilastri della terra, il capolavoro di Ken Follet cui La cattedrale del mare ambisce avvicinarsi, ma che al suo cospetto impallidisce miseramente.

Un’ultima cosa mi ha fatto storcere il naso. Alla fine del libro c’è un’appendice con la quale l’autore (bontà sua) elenca al lettore tutte le ricerche storiche che sono alla base del libro. Tale appendice arricchisce il libro e indubbiamente gli dà una certa solidità storica. D’altro canto, leggendola, induce a pensare che gran parte (per non dire tutte!) delle invenzioni narrative che si possono apprezzare nel corso della lettura non siano altro che una trasposizione romanzata di fatti, leggi e aneddoti realmente accaduti. Al punto (estremo) di sospettare che l’unico intervento che abbia operato Falcones è quello di aver cambiato i nomi dei personaggi coinvolti.

Insomma, si sarà capito: alla fine è un romanzo che non mi ha soddisfatto in pieno, sebbene debba ammettere che mi ha regalato momenti di indubbio godimento letterario.

Non penso proprio che ne leggerò il seguito. A meno che non mi venga regalato, come del resto è già successo con La Cattedrale.

Alla fin fin, credo comunque che meriti la sufficienza: 6 palloncini su 10.

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