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Il senso di una fine, di Julian Barnes

Il senso di una fine, di Julian Barnes

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

“Il senso di una fine” è un romanzo dello scrittore inglese Julian Barnes pubblicato nel 2011 che, in breve, è divenuto un caso editoriale: c’è chi lo osanna e chi, al contrario, lo disprezza.

In me, si fondono le due anime.

“Il senso di una fine” è, ancora una volta (come in “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro, da poco letto), la storia di un uomo costretto in qualche modo a fare i conti con il suo passato.

Il protagonista, Tony, è anche il narratore. Nella prima parte del libro, ripercorre la sua gioventù, fatta di amicizie, amori, ideali e grandi speranze per il futuro. Nella seconda parte, ci narra di lui già vecchio, in pensione, senza gli amici di un tempo, senza gli amori di un tempo e senza più le grandi speranze che un tempo gli avevano fatto brillare gli occhi.

Tony, cioè, si rivela essere un uomo mediocre, che ha vissuto mediocremente, accettando in maniera passiva gli eventi della vita così come gli si presentavano. Un uomo senza qualità, dunque. Niente di particolarmente originale, dunque.

Il punto è che lui non la pensa così. Anzi, è completamente soddisfatto della vita che ha avuto, perché la ritiene la migliore delle vite possibili. Continua a fare progetti per il futuro, anche se gli occhi non brillano più come un tempo. Crede di poter riallacciare i rapporti con Veronica, il suo primo grande amore, con cui si è lasciato in pessimo modo.

Man mano che Tony procede in questa moderata auto-celebrazione di sé e dell’esistenza vissuta, si rende conto che qualcosa non va; che forse la vita non gli ha riservato tutte le soddisfazioni che crede; che, probabilmente, avrebbe potuto fare di più, quanto meno tentare o impegnarsi a farlo. Capisce, cioè, che per tutta la vita non ha fatto altro che accontentarsi. Il bello, o il brutto, di tutta questa faccenda, è che non se n’è mai accorto prima. Riflette su questo aspetto della sua personalità e comprende che la vita non è altro che un insieme di ricordi che si tenta di rimettere insieme. Ma la memoria è labile. Siamo abituati a raccontarci la nostra vita abbellendola, aggiustandola, migliorandola. E possiamo farlo perché la memoria ci inganna: siamo sicuri che certe cose siano realmente accadute, e che siano accadute nel modo in cui le ricordiamo? Da giovani immaginiamo un futuro strabiliante, anzi diversi futuri strabilianti. Poi, da vecchi, siamo continuamente impegnati a risistemare il nostro passato e quello degli altri. Guardandoci indietro, ci rendiamo conto che la vita ha ridimensionato l’idea che avevamo del futuro, che abbiamo tradito ideali e aspirazioni, amici e amori, che non abbiamo più gli occhi che ci brillano.

Fin qui, la mia anima osannatrice di Barnes e del suo romanzo.

La sua scrittura è lineare, pacata, elegante. Mi ha accompagnato in questo mare di pensieri che, inevitabilmente, ho fatto miei. Mi ha fatto sorridere, ridere, riflettere.

Poi, però, c’è la parte della storia contro cui si erge l’altra mia anima: quella che la disprezza. D’accordo, “disprezza” è un termine un po’ forte, esagerato, ma è solo per rendere l’idea.

Attorno al succo del romanzo, che ho cercato di esporre prima, Barnes costruisce una trama che sa di vero e proprio giallo. Senza spoilerare alcunché, dico solo che il protagonista si ritrova a farsi una serie di interrogativi, a seguire delle tracce, a costruire degli schemi, delle strategie. Tutto ciò crea una certa suspense e una serie di aspettative che, purtroppo, non vengono completamente soddisfatte. Almeno per quanto mi riguarda.

Sei lì a domandarti: chi? Cosa? E perché? E intanto la lettura prosegue e man mano che vai avanti inizi a sospettare che a quegli interrogativi non verrà data una risposta, non a tutti perlomeno. Finché arrivi all’ultima pagina, all’ultima riga, all’ultima parola. Continuando a sperare fino alla fine di scovare il senso del romanzo. Chiudi il libro, leggi finalmente la quarta di copertina, inizi a spulciare su internet, tra articoli, recensioni e blog, guardi il trailer del film che ne hanno tratto. Ma niente. Devi arrenderti all’evidenza: la storia che ci racconta Barnes manca di un vero e proprio senso. In altre parole “il senso di una fine” non c’è.

Come accade nella vita di tutti i giorni. Già, perché spesso la vita manca di coerenza, di giustizia, di verità. Manca di senso, probabilmente. E ognuno, davanti a queste mancanze, reagisce come può.

Quello che ti rimane, allora, è un sensazione di profonda inadeguatezza, di fronte a un’esistenza che non è, non dovrebbe essere, una semplice addizione di fatti e persone, ma che è, dovrebbe essere, una moltiplicazione, una crescita, perché il prodotto finale acquisti finalmente un senso compiuto.

 

Genere: narrativa, mainstream.

Tempo di lettura: 5/6 sedute da un paio d’ore ciascuna.

Valutazione: 8 palloncini su 10

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