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L’UOMO CHE GUARDAVA PASSARE I TRENI, di Georges Simenon

L’UOMO CHE GUARDAVA PASSARE I TRENI, di Georges Simenon

Un romanzo delizioso, come già altri di Simenon che ho letto.

In particolare, l’ho trovato molto affine a “I fantasmi del cappellaio”, altra opera in cui lo scrittore riesce a scavare all’interno del protagonista in modo tanto profondo da creare una forte empatia con il lettore.

L’incipit è intrigante: un narratore esterno ci avvisa che la vita di Kees Popinga, fino a quel momento piuttosto comune e anonima, è stata travolta dalla notizia di aver perduto il lavoro, unica sua fonte di guadagno, che gli permetteva di assicurare alla famiglia un tenore agiato. La notizia, anziché gettarlo nello sconforto, lo induce a uscire dall’anonimato e lo spinge all’interno di un vortice di eventi alimentato da uno stato di lucida follia che si farà sempre più acceso.

“L’uomo che guardava passare i treni” è la mirabile parabola di un uomo qualunque che ritiene di essere stato ingiustamente bistrattato dalla vita e che, sulla vita, cerca in tutti i modi di rivalersi.

È un romanzo sulla ricerca della propria identità. Per anni Kees Popinga è stato visto dagli altri come un onesto e ingenuo lavoratore, un marito fedele, un padre affettuoso, insomma come un Kees Popinga come tanti. L’immagine che tutti hanno di lui rientra in schemi rigidi divenuti ormai insopportabili e che lui cerca disperatamente di correggere per proporre la propria vera identità.

Ma, in fondo in fondo, dentro di lui serpeggia sempre un atroce sospetto: e se questa identità non facesse altro che rispecchiare e confermare le convinzioni degli altri?

La scrittura di Simenon, come al solito, procede dritta e sicura. Priva di fronzoli, efficace, semplice da seguire, e, tuttavia, capace come pochi di scavare nella profondità dell’animo dei suoi personaggi fino a farne risaltare l’essenza più vera e umana.

Genere: mainstream.

Tempo di lettura: 4-5 sedute da un’ora ciascuna.

Valutazione: 8/10

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