Un segreto ben custodito

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Autore: crimintrap011

Un segreto ben custodito – Il booktrailer

Un segreto ben custodito – Il booktrailer

Un segreto ben custodito, di Caudullo&Facchini

Vi arrendereste all’idea che vostro padre si è suicidato senza un valido motivo?
Chi poteva avercela con il direttore di una piccola agenzia bancaria di provincia?
E se tutti tentassero di convincervi che non c’è nulla da indagare, voi vi rassegnereste?
Ma se vostro padre risultasse uno sconosciuto persino per voi?

La cattedrale del mare

La cattedrale del mare

 

LA CATTEDRALE DEL MARE

di Ildefonso Falcones

 

Valutazione: 6 palloncini su 10

 

Non è che abbia granché voglia di scrivere questa recensione. Avrei preferito bollare il romanzo di Falcones con quattro parole e chiuderla lì, ma siccome abbiamo deciso di creare questa sezione del blog dedicata ai libri degli altri (qui, per esempio, la recensione di Maus), mi ci devo impegnare. Almeno un poco.

Se non avevo una gran voglia di recensirlo è perché, in fondo, non mi è piaciuto del tutto.

Ma partiamo dall’inizio.

La Cattedrale del Mare è il best seller che ha dato fama mondiale (un po’ tardiva, ma per sua fortuna non postuma) a Idelfonso Falcones, avvocato spagnolo che vive ed esercita la professione a Barcellona.

È un romanzo storico ambientato durante il XIV secolo proprio a Barcellona, ed è intriso, a tratti, delle idee separatiste che stanno tanto animando le discussioni politiche spagnole di questi giorni (ai primi di ottobre sarebbe previsto il referendum per separare la Catalogna dal resto della Spagna, ma, stando alle ultime notizie, non è del tutto sicuro che si tenga).

Inoltre, è diviso in quattro grandi periodi, ognuno dei quali è connotato dalla parola “servi”, perché, tutti i suoi personaggi, e soprattutto quelli principali, sono in qualche modo servi di qualcosa: della gleba, della nobiltà, della passione e del destino.

La storia trae origine da una vicenda drammatica: durante le nozze di Bernat Estanyol, il conte della zona reclama e ottiene di soddisfare lo ius primae noctis e, in pratica, violenta la sposa, la bella Francesca, la quale non si riavrà più e cadrà in disgrazia. Bernat decide di fuggire assieme al figlio, nato di lì a poco, il quale, per via del caratteristico neo della famiglia, si rivela con certezza suo discendente.

Inizia quindi una lunga, lunghissima storia incentrata principalmente sulla figura di Arnau, il figlio di Bernat, che vediamo dapprima bambino, poi adulto dai sanissimi principi, buono e giusto con tutti. Assistiamo alla sua ascesa, alla sua discesa e nuovamente alla sua ascesa, neanche fossimo sulle montagne russe.

Il romanzo, come dicevo, non mi è piaciuto del tutto. All’inizio, in particolare, ho fatto una fatica tremenda a portare avanti la lettura, e la consapevolezza di avere quasi 700 pagine davanti mi gettava in depressione un rigo dopo l’altro.

L’aspetto che principalmente non sopportavo era il taglio netto con cui sono stati tratteggiati i personaggi, che si presentavano o perfidi e immotivatamente cattivi, o irrimediabilmente e noiosamente buoni.

Le cose iniziano a cambiare intorno a pagina 300 (eh, sì, avete capito bene: sono dovuto arrivare quasi a metà libro per cominciare ad apprezzarlo), e in particolare con il capitolo che tratta della diffusione della peste. A quel punto, molti personaggi iniziano a svelare il proprio carattere e le motivazioni alla base delle loro scelte. Il ritmo si fa incalzante e si riescono a leggere anche cento pagine in un paio d’ore con un certo entusiasmo.

Entusiasmo che sfuma troppo presto però, perché sul finire (ma siamo ancora a più di 100 pagine dalla parola fine) la storia torna a essere irritante. La trama, ingegnosamente ingarbugliata fino a quel momento, viene dissolta in un amen attraverso l’intervento del classico deus ex machina.

Non è proprio così, in effetti: a onor del vero ci sono anche alcuni risvolti molto interessanti, seminati in precedenza e raccolti con maestria sul finale. Il vero problema è che tutto si risolve in maniera troppo semplice e rapida, soprattutto in considerazione di quanto era stata complicata la matassa.

Per quanto mi riguarda, infine, devo ammettere che sulla valutazione di questo romanzo ha influito molto l’impari confronto con I pilastri della terra, il capolavoro di Ken Follet cui La cattedrale del mare ambisce avvicinarsi, ma che al suo cospetto impallidisce miseramente.

Un’ultima cosa mi ha fatto storcere il naso. Alla fine del libro c’è un’appendice con la quale l’autore (bontà sua) elenca al lettore tutte le ricerche storiche che sono alla base del libro. Tale appendice arricchisce il libro e indubbiamente gli dà una certa solidità storica. D’altro canto, leggendola, induce a pensare che gran parte (per non dire tutte!) delle invenzioni narrative che si possono apprezzare nel corso della lettura non siano altro che una trasposizione romanzata di fatti, leggi e aneddoti realmente accaduti. Al punto (estremo) di sospettare che l’unico intervento che abbia operato Falcones è quello di aver cambiato i nomi dei personaggi coinvolti.

Insomma, si sarà capito: alla fine è un romanzo che non mi ha soddisfatto in pieno, sebbene debba ammettere che mi ha regalato momenti di indubbio godimento letterario.

Non penso proprio che ne leggerò il seguito. A meno che non mi venga regalato, come del resto è già successo con La Cattedrale.

Alla fin fin, credo comunque che meriti la sufficienza: 6 palloncini su 10.

Intervista ad Attilio Facchini

Intervista ad Attilio Facchini

 

Attilio Facchini, intervistato da TG24.info, ha parlato del progetto editoriale dei Criminali in trappola e del romanzo Un segreto ben custodito, edito da Libromania.

Avevate mai sentito parlare di soft boiled?

Intanto, in attesa dell’imminente uscita del cortometraggio che farà da booktrailer al libro, vi lasciamo tre brevissime pillole.

E la lettura di un brano tratto dal romanzo.

 

SEGRETO BANCARIO – PARTE 1

SEGRETO BANCARIO – PARTE 1

La privatizzazione del sistema bancario

Se come Alessandro Spina, il protagonista del nostro romanzo, eravate troppo giovani durante i favolosi anni 80’, o se invece eravate già grandicelli ma distratti dall’esplosione dei video musicali in TV, dalle feste, dai trenini (Brigitte Bardot Bardot / Brigitte beijou beijou) e dall’esagerata euforia del momento, be’, allora è impossibile che vi ricordiate quanto il sistema bancario italiano fosse noioso a quei tempi.

Lo Stato (comprendente gli enti locali e le società pubbliche) controllava due terzi del mercato bancario; la Banca d’Italia “poteva decidere sull’ingresso nel mercato delle aziende di credito e regolare la loro articolazione territoriale di sportelli”*, facendo sostanzialmente da barriera all’ingresso di nuovi soggetti; e le banche… Facevano le banche. Il resto, ero loro vietato.

Lo scenario era più o meno questo.
C’erano le tre S.p.A. controllate dall’Iri: Banca commerciale italiana, Credito italiano e Banca di Roma; i sei istituti di credito di diritto pubblico: Banca nazionale del lavoro, Istituto bancario San Paolo di Torino, Monte dei Paschi di Siena, Banco di Napoli, Banco di Sicilia e Banco di Sardegna; le banche popolari cooperative; le casse di risparmio e dei i monti di credito su pegno; le casse rurali e artigiane; e le banche di credito ordinario: banche giuridicamente private, ma il cui azionariato era spesso pubblico.

Non è difficile credere che in un tale contesto il management bancario puntasse non tanto a obiettivi di reddito, quanto all’accrescimento dell’azienda, più che altro pensando agli effetti che questa ipotetica crescita avrebbe potuto avere sui propri stipendi e su una certa influenza nei confronti dei referenti politici.

Vincenzo Imperatore ci racconta nel suo Io so e ho le prove di come allora il sistema della raccomandazione, non solo per l’assunzione ma perfino per la concessione delle ferie ai propri dipendenti, fosse di gran lunga quello predominante.

Imperatore ci parla però di un tipo di dirigente diverso da quello che si imporrà di lì a poco: si tratta di persone pazienti e molto preparate. Il loro percorso prevedeva una lunga gavetta, studi teorici e anni di affiancamento anche solo per salire il primo gradino della scala gerarchica: la dirigenza di una piccola filiale.

Ed è in questo contesto che Bernardo Spina (classe 1953, laurea con lode nel 1978, figlio di Alessandro Maria Spina, uno dei manager di spicco della stessa Banca che lo ha assunto) è all’apice della sua carriera.
Bernardo è un tipo scrupoloso. Lontano anni luce dagli Yuppies che furoreggiano nella cultura degli anni 80’. Pondera con calma ogni scelta. È un inguaribile onesto, incapace di vendere al prossimo ciò che lui non acquisterebbe. Del resto vendere non fa parte del DNA del bancario. Non ancora, per lo meno.

Arrivano però gli anni 90′. Di colpo, stop ai trenini. La festa è finita: deejay, spegni la musica.
Il nuovo imperativo è privatizzare. Ci si deve liberare persino dell’Iri: il Governo deve monetizzare, stringere la cinghia per entrare nell’Euro.
L’economia ha nuovi obiettivi e nuove regole. Anzi, non le vuole più le regole. È il mercato che deve pensare per sé.

Per quanto riguarda le banche, tre sono i provvedimenti fondamentali di questo rinnovamento:

– la Legge Amato-Carli del 1990;

– il Decreto Legislativo 481 del 1992, che recepisce la seconda direttiva Cee;

– Il Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, emanato con il Decreto Legislativo del 1 settembre 1993.

Con il Testo Unico nasce la banca “universale”.

Le banche, che vengono incentivate a trasformarsi in società per azioni, possono esercitare (quasi) ogni tipo di operazione finanziaria.
Cade la distinzione in funzione della natura giuridica, dando il là alle fusioni di banche appartenenti a diverse tipologie: nascono così i grossi gruppi bancari che siamo abituati a vedere ai giorni nostri, formati in genere da una banca e dalle sue società satellite (finanziarie, immobiliari, di gestione di servizi, ecc…)
Gli enti bancari vengono scissi in fondazioni (enti pubblici titolari della proprietà) e le banche in sé, costituite, come detto, in società per azioni. Per effetto di questa scissione e, in seguito, alla dismissione della proprietà da parte delle fondazioni, che si avvierà in breve il processo di privatizzazione.

E il management? Che fine farà adesso il nostro Bernardo Spina?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare al racconto di Imperatore: “In poco tempo si verifica una mutazione antropologica del manager, che anno dopo anno subisce un’assuefazione ai ritmi imposti dal top management. […] Se il nuovo assunto era un buon venditore faceva carriera istantanea e in due anni e mezzo, massimo tre, lo trovavi a fare il direttore. […] Tanti top manager che ho conosciuto avevano questo profilo: la capacità di essere dei grandissimi trascinatori, degli incantatori di serpenti con la dote naturale del leader. Tutta l’attività bancaria finisce nelle mani di persone il cui unico talento è la capacità di sedurre e conquistare il cliente o il collaboratore”**.

Un’immagine, insomma, che non combacia per nulla con quella del nostro Bernardo, che a quarantacinque anni, lanciato verso le altissime sfere del management, si ritrova di punto in bianco a dover concorrere con un branco di giovani “incantatori di serpenti” pronti a vendere, e vendere, a qualunque costo. Con qualunque mezzo.

Cosa ne sarà di lui? Be’, questo lo potrete leggere nel romanzo.

Cosa ne sarà del sistema bancario? Lo vedremo nella prossima puntata.

Fonti:

* La Banca (1999), di Giuseppe Marotta. Editore: Il Mulino.

** Io so e ho le prove (2014), di Vincenzo Imperatore. Editore: Chiarelettere.

Le informazioni riportate in questo articolo sono state ricavate dai libri citati e da ricerche fatte su internet. Per una trattazione più specifica si rimanda alla lettura di tali testi o di altri.

Segreto bancario – Introduzione

Segreto bancario – Introduzione

Un segreto ben custodito prende spunto dalle problematiche che da diversi anni agitano il sistema bancario del nostro Paese. Tanto che il titolo del romanzo in un primo momento era proprio Segreto bancario.

Con “segreto bancario” volevamo far riferimento alla nota pratica di segretezza, messa in atto dagli istituti bancari, che mira a tutelare la riservatezza dei propri clienti. Fino a qualche tempo fa questa pratica rappresentava una specie di muro invalicabile che, in nome di concetti eticamente corretti come la privacy e il segreto professionale, facilitava costumi meno edificanti come l’evasione fiscale e le operazioni di riciclaggio di denaro sporco, calando un velo impenetrabile su tante attività più o meno lecite.

Le vicende del romanzo accadono tutte nei torridi giorni che vanno dal 18 al 29 giugno del 2015, giorni caldi non solo da un punto di vista meteorologico ma anche per un avvenimento di rilievo nella politica europea come la crisi scoppiata in Grecia, dove di lì a poco verrà indetto dal governo locale il famoso referendum consultivo sulle proposte avanzate dalla Commissione europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.

Da qualche mese, inoltre, sono trapelate sui giornali italiani notizie allarmanti sulle difficoltà economiche di quattro importanti istituti bancari: Banca Etruria (già commissariata nel febbraio 2015), Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti. Banche che di lì a poco verranno messe in liquidazione coatta amministrativa dal Governo italiano, che riunito domenica 22 novembre approva il Decreto-Legge 183/2015, il cosiddetto Salva-banche, anticipando di una quarantina di giorni l’entrata in vigore della normativa europea del Bail in.

Giugno del 2015, infine, è anche il mese in cui i Criminali in trappola (cioè noi, che allora non esistevamo con tale nome) iniziano la lettura di alcuni saggi sulle storture del sistema bancario. Sono infatti titoli come Io so e ho le prove, di Vincenzo Imperatore, e La rivolta del correntista di Mario Bortoletto (e in seguito Sabbie mobili. Esiste un banchiere perbene? di Fabio Innocenzi e altri ancora) a stuzzicarci la vena creativa e a convincerci di avere in mano tutti gli elementi per poter collegare le trasformazioni delle banche italiane negli ultimi vent’anni attraverso una storia e dei personaggi ancora da definire.

Scopo di questo articolo, che abbiamo deciso di dividere in puntate per non appesantirne troppo la lettura, è di raccontarvi la genesi di Un segreto ben custodito, analizzandone il background socio-economico.

Senza pretesa di essere esaustivi, ripercorreremo a grandi linee i mutamenti del sistema bancario italiano e il modo in cui essi hanno influito su alcuni dei personaggi (di fantasia) del romanzo.

La prossima puntata inizierà con il periodo delle privatizzazioni.

JITTERBUG WALTZ

JITTERBUG WALTZ

Herb Geller – Jitterbug waltz

La finestra della camera d’albergo dava sulla spiaggia.
Era stato Bernardo a pretenderlo, facendo valere, per una volta, la sua posizione di dirigente.
Micol, sdraiata su un fianco, osservava le barche a vela che attraversavano lo scorcio di mare visibile tra gli scuri socchiusi.
Un mare così azzurro non l’avevo mai visto, disse. Nemmeno a Genova.
Non saprei, rispose lui cingendole un fianco con un braccio e carezzandole il ventre.
Mi mette il broncio, direttore?
Ho solo bisogno di un caffè.
Da qualche minuto l’andirivieni nel corridoio dell’albergo era cessato. Tutti i partecipanti al dibattito organizzato dall’ABI si erano ritirati nelle proprie stanze, approfittando della pausa pomeridiana. Un silenzio scomodo sembrava stringere i due amanti, come una coperta troppo ruvida.
Mio padre mi sta rendendo la vita impossibile, disse Bernardo. Ho il sospetto che sia venuto a sapere di noi.
Perché, sei ancora convinto che gli si possa nascondere qualcosa dentro la Banca?
Non lo so. Sarebbe bello. Ho sempre avuto l’impressione che mi tratti come un sottoposto. Non ricordo nemmeno più quando eravamo solo un bambino e il suo papà.
Chiudi gli occhi, disse allora Micol. Il mondo può essere molto diverso da come lo vedi.
Bernardo Spina spostò la mano sull’anca della giovane collega e con l’indice seguì la linea della coscia. Era bianca e liscia, e a lui sembrò che quella pelle avesse a che fare con la luna e le tenebre piuttosto che con il sole e il mare.
Non credo possa funzionare. Qualunque cosa faccio, il mio mondo torna sempre a bussare, prima o poi.
Sapevi che mio padre è stato rapito quando ero una bambina?
Bernardo scosse la testa: Come potevo saperlo?
Be’, è una storiella che gira tra quelli delle Risorse Umane.
Ed è vera?
Restò prigioniero per tre giorni. Poi mia madre trovò il modo di pagare il riscatto, e lui tornò a casa.
Micol si rannicchiò su se stessa come colta da un brivido di freddo. A Bernardo ricordò uno di quegli insetti che, impauriti, si rinchiudono in una sfera.
Perché mi hai raccontato questa storia?
Non lo so. È solo che mio padre, allora, aveva la tua età.
Vuoi ricordarmi che sono vecchio? O che dovrei smetterla di sentirmi sempre in trappola? In ogni caso, non credo ci sia qualcuno disposto a pagare il mio riscatto.
Non era sicuro di aver compreso. Conosceva Micol e sapeva che nelle sue parole c’era quasi sempre un sottotesto da decifrare. Si rabbuiò.
Manca poco al rientro in sala, disse infine.
Non avere fretta. Rallenta il tuo tempo interiore, lo farà anche quello fuori.
Vorresti fermare il tempo e restare qui all’infinito?
Se il tempo non scorresse, non avrebbe alcun senso la parola infinito.
Bernardo la baciò sulla schiena, le scostò da un lato i lunghi capelli neri e le mordicchiò il collo. Qui e ora è stupendo, comunque, sussurrò.
Micol si girò e affondò la nuca sul cuscino un po’ troppo alto. Bernardo fece lo stesso e le prese la mano. Restarono sdraiati, uno di fianco all’altra, senza parlare, per un tempo che a lui parve lunghissimo. Una ventata improvvisa spalancò gli scuri, illuminando la stanza. L’aria nuova sapeva di sale. I contorni degli oggetti acquisirono una concretezza così brutale che Bernardo provò un attimo di smarrimento.
Non ti ho mai chiesto se sei stata sposata.
Non lo farò mai. Io amo solo me stessa. Questo è meglio che tu lo sappia fin da subito.
Bernardo pensò per un momento a sua moglie e al piccolo Alessandro, già così ribelle, così diverso da lui. Poi gli venne in mente una melodia triste. Aveva ben impresso nella mente il fruscio di quel disco che faceva da sottofondo alle note suonate da un organo, ma non riusciva a ricordare il nome dell’autore né tanto meno il titolo della canzone. Si ripromise che l’avrebbe cercato, una volta tornato a casa.

AUTOSCONTRO GENERAZIONALE

AUTOSCONTRO GENERAZIONALE

Cat Steven – Father and son

I raggi del sole tagliano le vetrate dell’ufficio creando un corridoio luminoso, tunnel ascensionale per le particelle di polvere che concludono il loro viaggio sul pavimento di gres. Vincenzo, magro, sui sessant’anni, pelle del viso fresca di rasoio, incespica con le dita nodose sulla tastiera del computer. Di fianco all’anziano collega, Paride, più in carne e pelato, sfoglia un mucchio di fatture raccolte in una pila spessa quanto un dizionario. L’indice della mano destra cattura i fogli con rapide carezze e li accompagna verso la sinistra dove rimangono imprigionati. Un risucchio di saliva, e il dito è pronto a ghermire un altro foglio.
Nella stanza c’è puzza di muffa e sudore stantio, ma nessuno ci fa più caso. Un condizionatore dai filtri sporchi raffredda l’ambiente con gettiti d’aria gelida. Di fianco, il faccione accigliato di Mussolini, stampato sulla prima pagina del “Calendario storico 2008”, sembra sorvegliare gli impiegati affinché non sgarrino con i conti.
Una BMW X3 varca il cancello d’ingresso trascinandosi dietro un nuvolone bianco. La carrozzeria blu metallizzato proietta bagliori che accecano.
Vincenzo alza la testa per un attimo e getta un’occhiata a un orologio al quarzo sulla cui scocca è impressa la ragione sociale della ditta: “Marcelo Restaino & Figli S.n.c.”; l’errore ortografico, gentile omaggio di un’agenzia pubblicitaria fallita da un pezzo. Sono le quindici, si sta facendo tardi, pensa Vincenzo, che subito torna a battere sui tasti scuotendo la testa: lui non vuole problemi. No di certo.
La BMW parcheggia davanti agli uffici. Lo sportello si apre e scende Gabriele Restaino, uno dei due “Figli S.n.c.”. Trent’anni, scarpe nere lucide, tutto in tiro nel suo completo di lino grigio scuro, entra fischiettando il celebre motivetto della Carmen: l’amour est fi fi fi fi…
Paride gli si fa incontro: È tua?
Bella, vero?
Deve costare una barca di soldi.
Ce la scarichiamo dalle tasse e recuperiamo l’iva. Ci costa la metà, in pratica. E l’azienda ci guadagna in immagine.
Ci guadagna lui, rimugina Vincenzo tra sé e sé.
Proprio in quel momento arriva un’altra macchina. Paride si precipita al lavoro. Gabriele serra labbra e pugni. Vincenzo torna a battere sui tasti con maggiore energia. È la Golf bianca di Marcello Restaino, la vernice scrostata in più punti. Un fumo nero esce dallo scarico e si mescola con la polvere del piazzale dando vita a una strana miscela grigia. La targa è una di quelle che iniziano con la sigla di una provincia: FR. Marcello comprò l’automobile quando ancora viveva a Frosinone, quindici anni fa. Prima di spegnersi, il motore della Golf brontola per un po’. Gabriele cerca un’occhiata di conforto. Vincenzo non ricambia lo sguardo – lui non vuole problemi –, Paride abbozza un sorriso.
La porta si spalanca, il capo fa il suo ingresso.
Ciao, pà.
L’uomo strizza gli occhi. Gabriele, mani in tasca, stringe con una il cellulare e con l’altra il mazzo di chiavi. Paride finge di leggere documenti. Vincenzo continua a battere sulla tastiera. Nessuno fiata. Dopo un attimo di esitazione, Marcello prende le sigarette dal taschino della camicia. Ne accende una. Continua a guardare il figlio. Gabriele cerca di sostenerne lo sguardo. Paride alza gli occhi su di loro, li riabbassa subito. Vincenzo continua a battere sulla tastiera: non sparare sul pianista, prego.
Marcello Restaino fa un paio di boccate, poi dice: Qui non ce la voglio.
Non costa tanto, pa’, e poi l’immagine al giorno d’oggi conta molto… A Milano si ragiona in un’altra maniera, non è come giù.
Finché ci sono io, l’immagine dell’azienda sarà la mia Golf scassata.
Mantiene gli occhi fissi sul figlio. Poi getta la sigaretta sul pavimento e la calpesta. Esce dall’ufficio: Io sono in fabbrica.
Paride si alza, prende la scopa e raccoglie la cicca da terra. Torna a sedersi, in silenzio.
Gabriele, la testa bassa, rosso in viso, non si muove.
Il ragioniere continua a battere sulla tastiera. Lui, problemi non ne ha mai voluti.

 

IN TRAPPOLA

IN TRAPPOLA

Criminali in Trappola

Qualche giorno prima si erano ritrovati a casa di Lorenzo per discutere dei dettagli e decidere il nome.
Fabio ebbe l’idea: ognuno di loro avrebbe proposto un termine, scelto puntando alla cieca il dito sul foglio di un libro o di una rivista. Lorenzo, che era un appassionato di fumetti, prese il numero 19 di Berserk e lo aprì al capitolo Cani neri. Con il dito centrò la parola “criminali”. Fabio afferrò un vocabolario Inglese-Italiano, lo sfogliò a caso e puntò il dito sulla parola trapper, “trappola”. Teresa, infine, usò un vecchio numero di Topolino e le capitò una preposizione semplice: “in”. Il gioco era fatto: nacquero i Criminali in trappola.

***

«Siamo… Siamo in trappola…», sussurra Marilena.

«Già», sorride Stefano. «Criminali in trappola. Lo siamo sempre stati, no?»

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