Un segreto ben custodito

Acquista il nostro romanzo su Amazon.it

Autore: crimintrap012

La macchia umana, di Philip Roth

La macchia umana, di Philip Roth

Valutazione: 9 palloncini su 10

Philip Roth è uno dei grandi scrittori americani. Di suo, andrebbe letto tutto. O comunque, la gran parte delle opere. Per ora io sono fermo a due: “Pastorale Americana” e, appunto, “La macchia umana”, che probabilmente sono anche i suoi capolavori.

In entrambi, come in diversi altri suoi libri, la voce narrante è affidata a Nathan Zuckerman, di professione scrittore, evidente alter ego di Roth, quasi che gli sia più semplice scrivere per interposta persona di fatti e uomini, che magari lo toccano da vicino, perché, forse, in questo modo riesce a mantenere quel minimo distacco emotivo dai propri personaggi che ogni scrittore dovrebbe assicurare.

Ciò che ne consegue è, quasi sempre, un ingigantimento della figura del protagonista che, evidentemente, non è il narratore ma colui del quale si narra. Quest’assunto mi è parso valido per entrambi i romanzi di Roth che ho letto. Lo Svedese di “Pastorale Americana” e Coleman Silk di “La macchia umana”, in effetti, appaiono agli occhi del lettore dei veri e propri giganti, le cui qualità e i cui difetti, pur umanissimi, assumono proporzioni pantagrueliche.

Venendo più in particolare alla “Macchia umana”, il romanzo narra la storia di Coleman Silk, un anziano accademico molto colto, dotato di un’ironia pungente che talvolta scade nel sarcasmo e che dà fastidio a certe persone che non hanno la sua stessa integrità morale e intellettuale.

Un fatto accaduto durante una delle sue lezioni, che a prima lettura potrebbe sembrare un banale equivoco ma che a poco a poco si comprende avere un fondamento ben più radicato e importante, gli scatena contro un’accusa di razzismo. I colleghi e gli amici di un tempo lo abbandonano e lui, indignato da tanta ipocrisia, decide con sdegno di lasciare la cattedra. Trova rifugio tra le braccia di un’amante, più giovane di lui di oltre trent’anni, una donna divorziata e con un passato violento alle spalle, cosa che ancor di più scatena contro di lui perbenisti e bigotti, in un continuo stillicidio della dignità di Coleman che finirà per vedere la sua vita ridotta in frantumi.

Al suo unico amico Nathan Zuckerman, il compito di raccogliere e rimettere insieme questi frammenti, attraverso aneddoti raccontatigli direttamente da Coleman, chiacchierate con famigliari e conoscenti e un continuo lavoro di immaginazione che lo spinge a cavalcare le onde di un passato inquieto e sorprendente.

La struttura della trama, che non segue l’ordine cronologico degli avvenimenti, ma quello con cui Zuckerman viene a scoprirli; la scelta narrativa di mescolare fatti di cui è certa la provenienza ad altri che non si capisce bene siano veri o falsi; il lavoro di indagine psicologica che, a ogni pagina, scava sempre più nel carattere del protagonista e che in maniera evidente finisce con lo sconfinare nel sociologico; una personalità, quella di Coleman, se non propriamente borderline, quantomeno inquieta e problematica; tutto questo contribuisce a creare un personaggio davvero memorabile, costringendo il lettore a confrontarsi con i diversi aspetti della sua personalità e a ribaltare continuamente il giudizio che si crea di lui.

Ognuno di noi ha una macchia nel proprio destino. In alcuni di noi, quella macchia è talmente indelebile ed evidente che non può far a meno di confondersi con il destino stesso. Una macchia umana additata e temuta da tutti.

Genere: mainstream con punte di giallo.

Tempo di lettura: 7-8 sedute da un’ora ciascuna.

Valutazione: 9 palloncini su 10

INFINITE JEST di David Foster Wallace

INFINITE JEST di David Foster Wallace

 

Valutazione: 10 palloncini su 10

 

Diciamo che c’è un filo.

Tu inizi a seguire questo filo e fin qui tutto bene.

Poi, d’improvviso, compare un altro filo e tu inizi a seguire anche quello. Nessun problema.

Dopo un po’, i fili diventano decine.

Non solo. A poco a poco, iniziano ad attorcigliarsi. In breve, ti accorgi che stano formando un gomitolo. Un’enorme palla intricata in cui ti sembra di non riuscire più a raccapezzartici. Una matassa che a un certo punto devi pure iniziare a svolgere, pensi, ma hai l’impressione che sia un’impresa improba. Inizi a pensare di aver saltato punti importanti (magari una delle quasi 400 note che l’autore ha voluto, bontà sua, inserire a corredo dell’opera), di aver sottovalutato l’importanza di certi passaggi, di esserti assopito proprio nel punto in cui tutto si sarebbe spiegato.

Ti scoraggi. Inizia a farsi difficile ritrovare il filo conduttore. Vorresti lasciar perdere. Ma sarebbe un peccato, in fondo sei giunto fino a qui. Insisti, con riluttanza. Vai avanti, facendoti violenza su occhi e palpebre. Metodo Ludovico. Imprechi. Nello stesso tempo, ti dici, avresti già letto almeno tre romanzi. Sospiri. Sbuffi. Sonnecchi.

Poi, a un certo punto, d’improvviso, come una visione magica, individui il capo di un filo (magari proprio in una di quelle 400 note…). Inizi a tirarlo. In principio viene via con difficoltà, poi sempre più facilmente e celermente. Ecco un altro filo. Inizi a tirare pure quello. Ne trovi un altro ancora. E un altro. E un altro. E un altro. In breve ti accorgi di aver ritrovato tutte le decine di fili che credevi di aver perso. Inizi a chiederti: e ora, che ci faccio con tutti questi fili? Quasi ti rassegni all’idea di dover concludere decine di storie, che sia impossibile riunificarle tutte in un unico filo conduttore. Poco male, pensi. Almeno non hai abbandonato la lettura. Almeno saprai come vanno a finire queste storie. Almeno non ne esci sconfitto, fisicamente e soprattutto moralmente. Poi, come nei fili dei maghi, ti rendi conto che tutti i fili che ti ritrovi tra le mani sono in realtà un unico filo. Senza che neanche te ne sia accorto, si sono tutti fusi in un unico, infinito filo.

Ecco, questo è Infinite jest.

Riassumere la trama, come si può immaginare, non è per niente semplice.

Tutto il romanzo ruota attorno a un mediometraggio – realizzato da James Orin Incandenza, soprannominato “Lui in persona” o anche “La cicogna matta”, regista amatoriale di film di culto –, intitolato, per l’appunto, Infinite jest.

Si tratta di un film che indurrebbe lo spettatore in uno stato di incoscienza e lo costringerebbe a desiderare nient’altro che continuare a vedere la stessa pellicola all’infinito, senza più preoccuparsi di mangiare, bere o dormire, fino dunque al completo disfacimento psichico e fisico, e alla morte.

Il romanzo è ambientato in un futuro non troppo distante dove gli anni sono sponsorizzati da prodotti commerciali. I governi necessitano di denaro per provvedere allo smaltimento di rifiuti di vario genere, e hanno pensato bene di guadagnare dalla sponsorizzazione degli anni. Così, la maggior parte della storia si svolge in APAD (Anno del Pannolone per Adulti Depend), mentre secondo una cronologia abbastanza precisa degli anni, rinvenuta per caso in uno dei capitoli del romanzo, ci sono anche l’Anno di Glad, l’Anno dei Cerotti Medicati Tucks, l’Anno della Saponetta Dove in Formato Prova, l’Anno della Lavastoviglia Silenziosa Maytag, eccetera. Tanto che il tempo ormai si divide tra a.s. e p.s., ovvero, ante-sponsorizzazione e post-sponsorizzazione. Folle, vero? Non è niente, ancora.

Il principale problema di questo futuro distopico è, come si può immaginare, la sovrapproduzione di immondizia, nozione che comprende anche rifiuti di una certa pericolosità. La preoccupazione dei Capi di Stato, dunque, è cercare di sbolognare i propri rifiuti agli Stati vicini.

Così, accade che gli Stati Uniti – che nel frattempo hanno annesso l’America Centrale e il Quebec, formando un super stato intitolato significativamente ONAN –, vogliano restituire al Canada la “Convessità”, una zona del Quebec che hanno per anni usato come discarica, e divenuta assai pericolosa a causa della presenza di rifiuti altamente tossici.

Gli abitanti del Quebec sono, come è facile intuire, abbastanza incazzati per tutta la situazione che si è creata. Così sono sorti diversi gruppi separatisti, tra i quali il più efferato è l’AFR, ovvero gli Assassins des Fateuils Rollents, una cellula terroristica composta esclusivamente da assassini su sedie a rotelle (e vi invito a non perdervi una certa noticina di una decina di pagine che racconta come sia nata questa cellula e quale sia il rito di iniziazione…) che non solo combatte per l’indipendenza del Quebec (dall’ONAN e pure dal Canada), ma che vuole farla pagare, e pagare cara, agli USA. Gli AFR sono così letali che l’espressione “udire un cigolio” è entrata nel linguaggio comune dell’immaginario di Infinite jest per indicare una morte imminente e cruenta.

E qual è il mezzo che gli AFR individuano per portare a termine la loro vendetta? Ma proprio la cartuccia di Infinite jest, l’intrattenimento. Solo che nessuno sa dove si trovi il master di questa cartuccia.

Ecco allora che si sviluppano altre due trame.

La prima è incentrata sull’ETA, un’accademia di giovanissimi tennisti fondata proprio dall’autore di Infinite jest, James Orin Incandenza, e ora guidata dalla moglie di lui, l’enigmatica Avril, soprannominata “La Mami”, e frequentata dai due loro figli, il geniale Hal, numero 2 nel ranking dei tennisti under 18, e il mite Mario, un ragazzo deforme a cui tutti vogliono bene e che ha sviluppato una viscerale passione per il videomaking facendo da assistente al padre.

La seconda è incentrata sulla ENNET HOUSE, una casa di recupero dalle tossicodipendenze, situata a brevissima distanza dall’ETA, e frequentata dalla bellissima Joelle, la protagonista del film Infinite jest.

In tutto questo c’è anche da dire che:

  • James Orin Incandenza si è suicidato infilando la testa dentro a un forno a microonde e compare nel romanzo più che altro come fantasma o all’interno di flashback;
  • Joelle è stata la ragazza di Orin, il terzo figlio di James, aspirante promettente tennista poi esploso come giocatore di football, che l’ha lasciata non potendo sopportare l’adorazione che il padre mostrava nei confronti di lei;
  • Marathe, uno dei principali esponenti degli AFR, sta portando avanti un triplice gioco, facendo credere agli AFR che sta facendo credere a servizi segreti americani di stare tradendo il Quebec;
  • altre decine di personaggi muovono la storia in una girandola sconvolgente di eventi;
  • nella Convessità vengono avvistati giganteschi neonati vampiri, alti come palazzi, frutto delle mutazioni scaturite dalla tossicità dei rifiuti;
  • l’ETA è frequentata da due giovani gemelle siamesi che si giocano, ovviamente, nel doppio;
  • all’interno dell’ETA, i giovani tennisti, per svagarsi, si cimentano nell’ESCATHON, una sorta di gioco di ruolo con racchette e palline che si svolge sui campi da tennis e che, attraverso astrusi calcoli e algoritmi, ha lo scopo di annientare i Paesi nemici.

Insomma, come si può immaginare, riassumere per sommi capi la trama di Infinite jest è impresa impossibile. Anche scoraggiante, quindi è meglio che non vi ci soffermiate più di tanto, se avete davvero la voglia di affrontare questo romanzo. E vi assicuro che di voglia ve ne serve tanta.

Per capire la complessità del romanzo e a cosa andrete incontro, vi faccio un esempio.

Tutti i personaggi hanno un nome, a volte due, e un cognome, a volte due. Ma hanno anche nomignoli e pseudonimi. Inoltre, vengono spesso citati con le iniziali. Del nome o del cognome. O di entrambi.

Così, per tornare al nostro James Orin Incandenza, di punto in bianco sarà J.O.I., oppure James O., o ancora J.O. Incandenza. Ma questo è niente. Come detto, J.O.I. ha anche dei soprannomi. Così, a volte viene chiamato “La cicogna matta”, altre volte “Lui in persona”. E questo giochetto, il buon Wallace lo fa praticamente per TUTTI i personaggi. Capirete, pertanto, come può essere estremamente complicato, specie all’inizio (diciamo per le prime 400 o 500 pagine) orientarsi.

La voglia di leggerlo e andare avanti, dicevo, deve essere tanta.

Però, se riuscirete a trovare questa voglia, la soddisfazione che riceverete dalla sua lettura una volta completata sarà massima e mai provata per nessun altro romanzo.

Ci vuole un tempo infinito per leggere. Io, che mi reputo un buon lettore, non riuscivo a procedere per più di 5-10 pagine all’ora. Tanto che sono arrivato anche a mettere in dubbio le mie capacità di lettura. Non bisogna avere fretta. Mai come in questo caso, la fretta rovinerebbe tutto, costringendovi probabilmente ad abbandonare il libro. Bisogna adeguarsi al ritmo lento di lettura, andare avanti pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, parola dopo parola, secondo dopo secondo. Perché, come dice Don Gately, un altro personaggio fondamentale del libro, non esiste un secondo che sia di per sé insopportabile.

Ma di cosa parla, alla fin fine, Infinite jest. In una parola, parla di dipendenza. Dipendenza da qualsiasi cosa: alcool, droghe, tennis, sport, genitori, figli, patriottismi, sesso, amore, invidia, gelosia. Il tutto condensato nella dipendenza assoluta, quella dalla cartuccia di Infinite jest, l’intrattenimento.

Terminato di leggere Infinite jest, ho tirato un sospiro di sollievo, con gli occhi ancora spalancati dalla meraviglia. E poi, sapete cosa ho fatto? Ho riletto interi capitoli, ho riletto le note, ho cercato su internet, letto articoli, commenti, recensioni. Non ne avevo mai abbastanza. Volevo capire fino in fondo, capire che fine avevano fatto i vari personaggi, capire se avevo effettivamente capito tutto.

E ho capito, infine, qual è stato l’intento ultimo di Wallace: è il romanzo stesso a essere l’ “intrattenimento”. Cioè, è esso stesso la cartuccia che tutti si affannano a cercare, perché una volta adocchiato non puoi fare a meno di continuare a pensarci, di continuare a leggere, di approfondire. Finché a un certo punto devi usarti violenza e dire “basta” e passare ad altro. Per non fare la fine di tutti quelli che hanno avuto la fortuna/sfortuna di vedere Infinite jest.

Genere: mainstream, con ambientazione fantastica in un futuro distopico.

Tempo di lettura: tanta. Considerate che se potete dedicare un’oretta al giorno, ci vorranno più di due mesi.

Valutazione: 10 palloncini su 10

LE FINESTRE DI FRONTE, di Georges Simenon

LE FINESTRE DI FRONTE, di Georges Simenon

 

 

Valutazione: 7 palloncini su 10

 

Oltre a questo romanzo, di Simenon ho letto, per ora, solo il bellissimo “I fantasmi del cappellaio”. La sua è una biografia sconfinata e, davvero, non si sa da dove iniziare. Qualche settimana fa, mi trovavo in libreria e, per puro caso, ho posato gli occhi sulla copertina misteriosa di questo libro dal titolo molto bello, che peraltro mi ha subito ricordato un film di Oztepek. Ne sono stato attratto, neanche fosse lui calamita e io ferro o viceversa, e la sera stessa ho dovuto interrompere la, laboriosissima, lo ammetto, lettura di Infinite Jest per iniziare a leggerlo.

Beh, è stata una buona lettura.

Intanto, si tratta di un piccolo libro (specie se confrontato al romanzo di Foster Wallace di cui sopra!). Inoltre, lo stile di Simenon è talmente semplice ed efficace che le pagine scorrono via che è una bellezza.

Il libro racconta alcuni giorni della vita di Adil Bey, console turco chiamato a sostituire il suo predecessore, misteriosamente morto, nella città portuale di Batumi, sul Mar Nero, nell’Unione Sovietica della fine degli anni ’20.

L’uomo si accorge subito che qualcosa non va. Vieni visto da tutti con sospetto. Gli unici che lo trattano senza una certa indifferenza sono gli stranieri che però si comportano in modo molto strano: vivono a Batumi come se si trovassero ancora nel loro Paese di origine, isolandosi nel lusso e ripagando l’indifferenza degli autoctoni con altrettanta indifferenza verso la loro triste sorte.

Sì, perché la gente di Batumi vive in condizioni di estrema povertà. Le scorte alimentari sono frazionate e vengono consegnate ai cittadini direttamente da rappresentanti del Governo locale, solo che si tratta di scorte molto limitate, con la conseguenza che la gran parte della popolazione soffre la fame.

Nonostante il degrado e la sofferenza, però, nessuno protesta. Anzi, tutti accettano con fatalismo il proprio destino. Sanno che è inutile porsi contro il potere, un potere che ha occhi e orecchie dappertutto.

Così vive Sonia, la segretaria di Adil Bey.

Lui si innamora di lei, riesce ad averla facilmente, ma la sente sempre distante. Lei sembra messa lì, nel suo letto, per dovere verso la Patria e per controllarlo.

Più passano i giorni, più Adil Bey si sente a disagio. In un mondo che non accetta e dal quale non viene accettato, tutta quell’inerzia, quell’indifferenza da parte di un popolo sofferente gli sembrano assurde. Gli fanno rabbia, addirittura, perché non riesce a comprenderne la ragione. Inoltre, si sente poco bene e più passa il tempo, più si sente male, tanto che inizia a sospettare che vogliano avvelenarlo.

Il romanzo di Simenon è claustrofobico.

L’azione si svolge interamente in questa città portuale, ma lo spazio in cui il protagonista riesce ad agire e a interagire è ancora più limitato. Dopo ogni pagina, quello spazio sembra sempre più compresso, fino a stringerglisi addosso e ad aderire perfettamente alla sua persona, quasi fosse una seconda pelle, di un colore più scuro. Così, anche se Adil Bey va da una parte all’altra di Batumi, la sensazione è che rimanga sempre nello stesso metro d’aria e che quest’aria, a poco a poco, si faccia sempre più rarefatta.

Nonostante il romanzo sia piuttosto breve e lo stile dell’autore renda la lettura veloce, a un certo punto si avverte la pesantezza di una vicenda con pochi sbocchi. Per quanto il personaggio principale sia costruito molto bene, il punto di vista bloccato dà l’impressione di una trama ristagnante, e l’interesse, specie nella parte centrale, sfuma. Sul finale, in seguito ad alcune svolte, l’interesse torna a crescere e con esso l’amarezza per una vicenda tanto incredibile quanto ispirata alla realtà di certi regimi passati e attuali.

 

Genere: mainstream con punte di giallo.

Tempo di lettura: 4 sedute da un’ora ciascuna.

Valutazione: 7 palloncini su 10

LA GABBIANELLA E IL GATTO CHE LE INSEGNÒ A VOLARE di Luis Sepulveda

LA GABBIANELLA E IL GATTO CHE LE INSEGNÒ A VOLARE di Luis Sepulveda

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

Ho iniziato a leggere questo romanzo breve con un po’ di titubanza. L’ho letto, in effetti, a mia figlia di 4 anni, nell’arco di una manciata di notti, in attesa che si addormentasse. Era il periodo in cui la bambina mi costringeva a vedere almeno una volta al giorno il film d’animazione realizzato da Enzo D’Alò, film che, per inciso, mi è piaciuto molto e che già avevo visto al cinema quando uscì, una caterva di anni or sono. Per questo, leggere il racconto dal quale era stato tratto il film credevo potesse essere noioso, conoscendo la storia a menadito.

E invece il libro mi ha sorpreso più volte.

Intanto è scritto benissimo, con uno stile leggero e ironico, sempre sospeso tra il racconto fiabesco e l’allegoria.

Poi, non c’è niente da fare: lo spunto iniziale, di questo gatto grande e grosso chiamato a insegnare l’arte del volo a una piccola gabbianella, non mi lascia mai indifferente, per quante volte ne abbia abbracciato la storia.

Infine, il libro è molto diverso dal film, ma sarebbe più corretto dire il contrario. Per esempio: nel film un ruolo fondamentale è assunto dai topi, veri e propri antagonisti (e ci mancherebbe) dei gatti del porto. Ma nel libro, i topi hanno un ruolo piuttosto marginale. In secondo luogo, mancano alcuni personaggi, come il gatto Pallino, sostituito nel libro dallo scimpanzé Mattia, che si rivela un personaggio più azzeccato e interessante (nonostante anche Pallino non sia male).

In definitiva, ho avuto l’impressione che il film sia stato un po’ addolcito rispetto al libro, forse perché destinato a un target ancora più giovane. Il libro è a tratti duro, in alcuni casi quasi violento, ma sempre e comunque attraversato da una vena dolce e lirica. Mi è parso, infatti, che il film abbia voluto un po’ semplificare la storia narrata da Sepulveda, e il modo in cui lo ha fatto. Perché, ripeto, probabilmente destinato a un pubblico di bambini, mentre il libro mi pare più adatto a ragazzi tra i 6 e i 13 anni (oltre che ai vecchi che si sentono ancora giovani).

Poi, c’è quella poesia di Bernardo Atxaga, che per fortuna nel film hanno deciso di mantenere, che trovo meravigliosa, nella sua semplicità:

Tutti i pomeriggi

si radunano i gabbiani

davanti alla stazione ferroviaria:

Lì ripensano ai loro amori.

Nel loro libro di memorie

due fiori di sandalo:

uno segna la pagina dei ponti,

l’altro quella dei suicidi.

E conservano anche una fotografia

del mendicante che, una volta, trasportava

gli scarti del mercato.

Ma il loro piccolo cuore

lo stesso degli equilibristi –

per nulla sospira tanto

come per quella pioggia sciocca

che quasi sempre porta il vento,

che quasi sempre porta il sole.

Per nulla sospira tanto

come per l’interminabile

continuo mutare

del cielo e dei giorni.

Bella, vero?

Nel libro la troviamo citata verso la fine. Il film, invece, quasi si apre con questi versi. In entrambi i casi, sembra voler segnare i confini della storia, come ad avvertire il giovane lettore che, per credere in quello che leggerà o in quello che ha letto deve aprire il proprio cuore, trattenere il fiato come fanno gli equilibristi ed essere pronto a spiccare il volo.

Un film bello. Un libro molto bello. Che rileggerò a mia figlia, e poi anche a mio figlio. Più e più volte. Perché anche il loro cuore possa aprirsi al delicato volo degli equilibristi e dei gabbiani. E, perché no, per avere io stesso l’occasione di rileggerlo.

 

 

Genere: narrativa per ragazzi.

Tempo di lettura: 3 sedute da un’ora ciascuna.

Valutazione: 8 palloncini su 10

Il senso di una fine, di Julian Barnes

Il senso di una fine, di Julian Barnes

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

“Il senso di una fine” è un romanzo dello scrittore inglese Julian Barnes pubblicato nel 2011 che, in breve, è divenuto un caso editoriale: c’è chi lo osanna e chi, al contrario, lo disprezza.

In me, si fondono le due anime.

“Il senso di una fine” è, ancora una volta (come in “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro, da poco letto), la storia di un uomo costretto in qualche modo a fare i conti con il suo passato.

Il protagonista, Tony, è anche il narratore. Nella prima parte del libro, ripercorre la sua gioventù, fatta di amicizie, amori, ideali e grandi speranze per il futuro. Nella seconda parte, ci narra di lui già vecchio, in pensione, senza gli amici di un tempo, senza gli amori di un tempo e senza più le grandi speranze che un tempo gli avevano fatto brillare gli occhi.

Tony, cioè, si rivela essere un uomo mediocre, che ha vissuto mediocremente, accettando in maniera passiva gli eventi della vita così come gli si presentavano. Un uomo senza qualità, dunque. Niente di particolarmente originale, dunque.

Il punto è che lui non la pensa così. Anzi, è completamente soddisfatto della vita che ha avuto, perché la ritiene la migliore delle vite possibili. Continua a fare progetti per il futuro, anche se gli occhi non brillano più come un tempo. Crede di poter riallacciare i rapporti con Veronica, il suo primo grande amore, con cui si è lasciato in pessimo modo.

Man mano che Tony procede in questa moderata auto-celebrazione di sé e dell’esistenza vissuta, si rende conto che qualcosa non va; che forse la vita non gli ha riservato tutte le soddisfazioni che crede; che, probabilmente, avrebbe potuto fare di più, quanto meno tentare o impegnarsi a farlo. Capisce, cioè, che per tutta la vita non ha fatto altro che accontentarsi. Il bello, o il brutto, di tutta questa faccenda, è che non se n’è mai accorto prima. Riflette su questo aspetto della sua personalità e comprende che la vita non è altro che un insieme di ricordi che si tenta di rimettere insieme. Ma la memoria è labile. Siamo abituati a raccontarci la nostra vita abbellendola, aggiustandola, migliorandola. E possiamo farlo perché la memoria ci inganna: siamo sicuri che certe cose siano realmente accadute, e che siano accadute nel modo in cui le ricordiamo? Da giovani immaginiamo un futuro strabiliante, anzi diversi futuri strabilianti. Poi, da vecchi, siamo continuamente impegnati a risistemare il nostro passato e quello degli altri. Guardandoci indietro, ci rendiamo conto che la vita ha ridimensionato l’idea che avevamo del futuro, che abbiamo tradito ideali e aspirazioni, amici e amori, che non abbiamo più gli occhi che ci brillano.

Fin qui, la mia anima osannatrice di Barnes e del suo romanzo.

La sua scrittura è lineare, pacata, elegante. Mi ha accompagnato in questo mare di pensieri che, inevitabilmente, ho fatto miei. Mi ha fatto sorridere, ridere, riflettere.

Poi, però, c’è la parte della storia contro cui si erge l’altra mia anima: quella che la disprezza. D’accordo, “disprezza” è un termine un po’ forte, esagerato, ma è solo per rendere l’idea.

Attorno al succo del romanzo, che ho cercato di esporre prima, Barnes costruisce una trama che sa di vero e proprio giallo. Senza spoilerare alcunché, dico solo che il protagonista si ritrova a farsi una serie di interrogativi, a seguire delle tracce, a costruire degli schemi, delle strategie. Tutto ciò crea una certa suspense e una serie di aspettative che, purtroppo, non vengono completamente soddisfatte. Almeno per quanto mi riguarda.

Sei lì a domandarti: chi? Cosa? E perché? E intanto la lettura prosegue e man mano che vai avanti inizi a sospettare che a quegli interrogativi non verrà data una risposta, non a tutti perlomeno. Finché arrivi all’ultima pagina, all’ultima riga, all’ultima parola. Continuando a sperare fino alla fine di scovare il senso del romanzo. Chiudi il libro, leggi finalmente la quarta di copertina, inizi a spulciare su internet, tra articoli, recensioni e blog, guardi il trailer del film che ne hanno tratto. Ma niente. Devi arrenderti all’evidenza: la storia che ci racconta Barnes manca di un vero e proprio senso. In altre parole “il senso di una fine” non c’è.

Come accade nella vita di tutti i giorni. Già, perché spesso la vita manca di coerenza, di giustizia, di verità. Manca di senso, probabilmente. E ognuno, davanti a queste mancanze, reagisce come può.

Quello che ti rimane, allora, è un sensazione di profonda inadeguatezza, di fronte a un’esistenza che non è, non dovrebbe essere, una semplice addizione di fatti e persone, ma che è, dovrebbe essere, una moltiplicazione, una crescita, perché il prodotto finale acquisti finalmente un senso compiuto.

 

Genere: narrativa, mainstream.

Tempo di lettura: 5/6 sedute da un paio d’ore ciascuna.

Valutazione: 8 palloncini su 10

Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro

Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro

 

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

“Non lasciarmi” è il primo romanzo di Kazuo Ishiguro che leggo.

Probabilmente, se non fosse stato per il Premio Nobel da poco conferitogli, avrei atteso ancora un po’ prima di farlo. E sarebbe stato un peccato.

“Non lasciarmi” è un romanzo che si può definire “fantascientifico” anche se affronta la fantascienza in un modo completamente diverso da quanto, in generale, siamo abituati a intendere. Molto più intimista. Si tratta di una vera e propria ucronìa, ambientata in un presente alternativo e narrata in prima persona dalla protagonista, Kathy, che, dopo un breve preambolo, ripercorre in un lungo flashback le tappe della sua amicizia con Tommy e Ruth, suoi compagni nel collage di Hailshame.

In quest’istituto, la vita si svolge in modo apparentemente normale, tra corsi di studio, discipline sportive e varie forme ricreative e artistiche. La loro educazione è affidata a dei tutori, con alcuni dei quali i ragazzi instaurano un rapporto profondo. I lavori migliori sono selezionati da Madame, per essere conservati nella sua galleria. Insomma, tutto sembra svolgersi alla stregua della vita scolastica di un qualsiasi altro istituto inglese dei giorni nostri. Di tanto in tanto, però, accadono fatti all’apparenza innocui, ma che, nei ricordi di Kathy assumono contorni ambigui e inquietanti. La verità, che emerge a poco a poco (ma che è sempre stata presente, fin dalle prime pagine), è addirittura scioccante.

“Non lasciarmi” è un grande romanzo di un grandissimo scrittore, di cui cercherò al più presto di leggere anche altre opere.

A mio avviso, la capacità di Ishiguro si palesa nel saper portare avanti una storia complicata rendendola comprensibile e avvincente. Mi spiego. La tematica trattata, la trama attraverso cui viene svolta fatta di piccoli gesti quotidiani, la necessità di permettere al lettore di acquisire familiarità con un presente distopico; tutto viene gestito dall’autore con grande sapienza e pazienza. Al lettore, pagina dopo pagina, vengono somministrate pillole di questo presente distopico che, a poco a poco, gli permettono di averne una visione d’insieme, di entrare in confidenza e, appunto, acquistare familiarità con esso, in modo da risultare ancora più forte la consapevolezza dell’orrore quotidiano.

La pazienza che l’autore usa per costruire la storia, deve essere ricompensata con altrettanta pazienza nel leggerla. “Non lasciarmi” non è un romanzo semplice. Nonostante non arrivi a 300 pagine, è molto denso, pochi dialoghi, molte descrizioni e soprattutto molte riflessioni della protagonista che permettono di svelarne gli stati d’animo. Occorre tempo per leggerlo, concentrazione, voglia di abbandonarsi alla lettura, senza fretta, senza l’assillo di voler capire subito quello che succede e di arrivare per forza al finale in tempi brevi.

A proposito di finale, senza rivelare nulla, posso dire che si tratta, per me, del punto debole del romanzo perché tutto il mondo di “Non lasciarmi”, tutto quello che è stato Hailshame, tutto quello che i protagonisti non si sono detti nel corso di più di 250 pagine, quello che hanno solo immaginato, sospettato, viene spiegato in una sola volta, in un unico, lungo paragrafo.

Ma è un difetto di poco conto di fronte all’importanza e alla bellezza del romanzo.

 

Genere: narrativa, fantascienza, ucronìa.

Tempo di lettura: una decina di sedute da un paio d’ore ciascuna.

Valutazione: 8 palloncini su 10

CTRL+Z, di Laura Gulia

CTRL+Z, di Laura Gulia

 

 

Una bella storia, che forse meritava uno spazio più ampio. Ma partiamo dall’inizio.

CTRL+Z è la storia di Camille, una ragazza di trent’anni con una madre francese e un padre italiano. La sua vita si svolge tra Parigi e Firenze, due città capaci di assecondarne la personalità al tempo stesso artistica e imprenditoriale. A soli diciotto anni, Camille sa cosa vuole fare della propria vita. Ha un’idea che nasce da un suo difetto. Come le racconta nonna Sophie, i difetti sono spesso i punti di forza di una persona, basta solo valorizzarli. Il difetto di Camille consiste in un problema alimentare legato al frumento. Ecco, allora, l’idea: una guida dedicata a persone con problemi alimentari, una piantina geografica dell’Europa in cui siano indicati tutti i posti dove chiunque può mangiare qualunque cosa. Così, mentre la sorella gemella Daphne si dedica all’università e a formare una famiglia, Camille va in giro per l’Europa per raccogliere appunti e informazioni per la sua guida che intitola You Can Eat All.

Manco a dirlo, in un’epoca che ancora non conosce le comodità di internet, la guida ha un successo strepitoso e diventa un best seller. Camille si ritrova ancora giovanissima e, per di più, ricchissima.

Ma questa non è la storia di una donna in carriera, o la biografia di una donna geniale. È una storia d’amore. Sì, perché Camille, mentre riscuote successi ovunque, è assillata da un cruccio: ha conosciuto il vero amore, ma è un amore irraggiungibile.

Lei osserva l’amore, senza sapere di essere al tempo stesso osservata.

L’inconsapevole fortunato si chiama Pierre, è un suo vecchio compagno di giochi che Camille ritrova ormai adulto e in procinto di sposarsi. Così, mentre Camille continua a coltivare la speranza di questo amore impossibile, e nel frattempo diventa una ricca imprenditrice, vede Pierre formare una famiglia, avere dei bambini. In altre parole allontanarsi sempre di più. È a questo punto che l’amore si trasforma: da oggetto di studio, egoistico e sensuale, a poco a poco diventa parte stessa della personalità e del carattere di Camille. La ragazza se ne impossessa e si ritrova capace di non chiuderlo più dentro di sé ma di riversarlo verso l’esterno.

Come ci riesce? Be’, per saperlo dovrete leggere il libro.

Molto bella l’idea della metafora computeristica che avvolge tutto il racconto.

“Tornare indietro e ricominciare. Perché avevamo sbagliato, perché non era il momento giusto o solo perché qualcosa è cambiato: facile con una tastiera e due dita. Basta premere CTRL e Z e tutto torna come prima: una seconda possibilità.”

Sarebbe molto comodo avere un PC al posto del cervello (o un MAC, per non fare torto a nessuno) e attraverso semplici combinazioni di tasti programmare e ri-programmare la nostra esistenza. Al limite, cancellarne l’ultimissimo passaggio, per poterlo riscrivere meglio.

La storia di Camille viene costruita attorno alla metafora iniziale: CTRL+FRECCIA DESTRA, CTRL+Y, CTRL+N. Questi sono i titoli dei capitoli attraverso i quali Camille si muove come un cursore lampeggiante sulla pagina bianca di un documento Word: avanza, torna indietro, ci ripensa, tentenna, spera, agisce, riflette, gioisce, piange.

Lo stile dell’autrice è elegante e raffinato. Ricco di citazioni, che talvolta, non lo nego, mi hanno trovato alla sprovvista. Leggero e ironico.

Come detto, la storia di Camille si dipana bene, anche se, forse, si dilunga un po’, e forse è compressa in uno spazio troppo ristretto. Sembrerebbe un controsenso. Uhm… in effetti lo è, vediamo se riesco a spiegarmi.

Il libro ci racconta di Camille, da quando nasce, in pratica, fino alla soglia dei 40 anni. E poi, ci racconta di Daphne e di Pierre, di Sophie e dell’uomo dagli occhi di gatto, dei genitori di Camille e dei suoi coinquilini. Insomma, ci racconta di tante cose, di tanti personaggi, ma lo fa in uno spazio troppo breve, con la conseguenza che, a mio parere, l’autrice è stata costretta a correre, senza soffermarsi troppo su aneddoti e particolari, e senza approfondire i personaggi secondari.

Peraltro, si tratta di un’osservazione, questa, che avevo fatto anche ultimata la lettura del precedente romanzo di Laura, “Quando le poesie finiscono”. L’impressione che ho avuto in entrambi i casi è che l’autrice sia stata costretta a mantenersi entro un certo limite di caratteri e tuttavia le dispiacesse tralasciare qualcosa.

In ogni caso, sempre lodevoli sono i suoi sforzi di ricerca di qualcosa di originale e non scontato.

Non mancano i colpi di scena nella parte finale di CTRL+Z: proprio quando la narrazione rischia di appiattirsi, vengono in soccorso alcune buone trovate che permettono di concludere la lettura di slancio.

 

Genere: narrativa mainstream.

Tempo di lettura: un paio di sedute da un’ora ciascuna.

Valutazione: 7 palloncini su 10

Trilogia di New York, di Paul Auster

Trilogia di New York, di Paul Auster

 

“Trilogia di New York” è il primo libro di Auster che leggo.

Si tratta di tre romanzi brevi, o racconti lunghi, da alcuni definiti meta-polizieschi perché, partendo da uno spunto realistico, man mano che procede la storia si addentrano in situazioni paradossali e assurde. Tanto che i loro personaggi si interrogano costantemente sul proprio stato mentale: lucido o folle?

Il primo romanzo, intitolato “Città di vetro”, ha come protagonista Daniel Quinn, uno scrittore non troppo famoso che, tuttavia, riesce a vivere del proprio lavoro.

Nel cuore della notte, Quinn riceve una telefonata: qualcuno sta cercando il detective Paul Auster. Quinn allora assume l’identità del detective e inizia a indagare per conto di Virginia Stilmann, moglie di Peter Stilmann, la quale teme che il padre di quest’ultimo, anch’egli di nome Peter, uscito di prigione da poco, possa far del male al figlio.

Quinn le promette che farà in modo che non accada nulla a Peter Junior e inizia un’estenuante appostamento davanti all’albergo dove Peter Senior ha deciso di dimorare.

Dopo un po’, la storia perde le sue basi realistiche per affondarle, appunto, nell’assurdo di una situazione che fugge di mano al protagonista.

Il secondo romanzo, “Fantasmi”, narra del detective privato, Blue, che viene incaricato da White di tenere sotto controllo Black. Non gli vengono date spiegazioni, ma solo l’assicurazione che, se eseguirà con diligenza il proprio lavoro, riceverà un assegno settimanale. I pagamenti sono puntuali, ma ben presto Blue si rende conto che sotto ci deve essere qualcosa di losco. Inizia, quindi, un’indagine nell’indagine che, come nel romanzo precedente, approda a conclusioni paradossali.

Paul Auster, in virtù delle sue storie che hanno sempre diverse chiavi di lettura, è stato definito un esponente del post-modernismo.

Devo dire che questo suo primo libro non mi ha entusiasmato. Forse perché la soluzione delle storie rimane sempre sospesa tra simbolismo e paradosso, forse perché gli incipit tendono sempre a creare aspettative che, poi, inevitabilmente rimangono deluse, forse perché lo stesso stile di Auster è tale da farti credere di star leggendo un noir, un giallo o un hard-boiled, generi di cui poi il romanzo finisce col rompere gli schemi.

Tuttavia, devo riconoscere a Auster le abilità del grande narratore.

Nonostante i paradossi e le situazioni assurde in cui i suoi personaggi rimangono invischiati, Auster ha sempre la capacità di presentarli al lettore con estrema chiarezza, grazie a una prosa dal ritmo incalzante, elegante, piacevole da leggere.

Un altro punto a suo favore è la grande curiosità che la lettura delle sue storie suscita nel lettore la cui attenzione è comunque tenuta desta per tutta la durata della narrazione e anche oltre, perché, girata l’ultima pagina, letta l’ultima riga, si rimane lì, con il libro in mano e un’espressione ebete dipinta sul volto, a interrogarsi su cosa sia successo realmente e su quale significato possa avere ciò che abbiamo appena finito di leggere.

Questo era quello che più o meno avevo scritto dopo aver letto i primi due libri della trilogia, quando stavo apprestandomi a leggere il terzo.

Durante la lettura de “La camera chiusa”, però, mi è stato subito chiaro che il mio giudizio era destinato a modificarsi. L’ultimo romanzo, infatti, è di una bellezza appagante. Ma è sul finale che sono stato costretto a ribaltare il mio giudizio anche sui precedenti. Senza spoilerare alcunché, dico solo che la lettura del terzo romanzo è fondamentale per la comprensione dei primi due di cui costituisce un vero e proprio completamento.

Ecco di cosa parla “La camera chiusa”.

Il protagonista, che rimane senza nome fino alla fine, aveva un amico d’infanzia, Fanshawe. Un giorno, riceve una chiamata dalla moglie di quest’ultimo, la bella Sophie: viene a sapere che Fanshawe è scomparso lasciando una lettera in cui lo nomina “esecutore testamentario” dell’eredità: tre romanzi, diverse raccolte di poesie, cinque atti unici. Dovrà lui decidere se meritano di essere pubblicati. Gli scritti meritano eccome. In breve, il protagonista del libro si ritrova a frequentare la moglie di Fanshawe, a dividere con lei i guadagni derivanti dalla vendita dei diritti d’autore, a sposarla in seconde nozze, a vivere la vita che era dell’amico, da cui, però, inizia a essere assillato. Col pretesto di scriverne una biografia, indaga per cercare di scoprire dove si trovi. Sì, perché nel frattempo ha ricevuto una lettera in cui Fanshawe si dice felice di quanto accaduto, ammonendolo, però, di non cercarlo: in caso contrario, sarà costretto a ucciderlo.

Inizia, allora una nuova caccia all’uomo che, come nei due precedenti romanzi, porterà il protagonista a confrontarsi con vicende sempre più paradossali.

Come dicevo, i tre libri costituiscono un unicum indissolubile, anche se Auster li ha pubblicati in momenti differenti.

Dei tre, comunque, il primo è quello che m’è piaciuto di meno. Più che altro per via di alcune lunghe e noiose digressioni esplicative che ora, a lettura ultimata della trilogia, mi fanno chiedere se non mi sia perso qualcosa di importante.

Le tre storie, come detto, affondano le proprie radici nel mistero, per poi trarre linfa vitale da situazioni assurde, tanto che mi è venuto naturale accostare Auster a Edgar Allan Poe, autore, peraltro, citato più volte nella Trilogia. Di Poe, mi pare, Auster ha la capacità di sviscerare l’animo umano e di andare in profondità, in quei meandri dove si fa più labile la linea di confine tra lucidità e follia. Come in molti racconti di Poe, le storie progrediscono dall’interno di questi animi, regalando al lettore un senso di claustrofobica tensione, come se ci fosse sempre in sottofondo il battito del cuore rivelatore a scandire la discesa dei personaggi verso gli abissi dell’assurdo. Rispetto a Poe, Auster ha il merito di sviluppare una prosa originale e moderna, quasi sempre priva delle lunghe, e a volte noiose, digressioni tipiche del maestro dell’orrore, con l’eccezione, come detto, del primo romanzo.

Insomma, in definitiva Paul Auster è un grande scrittore, al servizio, secondo me, di storie che non sono per tutti. Ma di certo la Trilogia merita un voto alto.

Valutazione: 8,5 palloncini su 10.

LA RAGAZZA DEL TRENO di Paula Hawkins

LA RAGAZZA DEL TRENO di Paula Hawkins

 

“La ragazza del treno” è un romanzo di Paula Hawkins, scritto nel 2015, divenuto in breve un vero best seller con milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Vi dico subito che a me non ha fatto impazzire. Anzi.

Non è un libro particolarmente lungo; sono poco più di 300 pagine, ma nella mia percezione di lettore è come se ne avessi lette il doppio.

La trama è piuttosto semplice.

Rachel è una donna di 32 anni, divorziata da Tom, e con seri problemi di alcolismo. Mentre l’ex marito si è rifatto una vita con Anna, dalla quale ha anche avuto il tanto desiderato figlio, Rachel rimane imprigionata in un vortice di depressione e auto commiserazione. Viene licenziata, ma continua a prendere il treno ogni giorno, per far credere all’amica Cathy di avere ancora un lavoro. Durante questi viaggi, le piace guardare la vita fuori dal finestrino e in particolare quella perfetta di Jess e Jason, nomi da lei inventati di un uomo e una donna che si riveleranno essere Megan e Scott Hipwell. Durante uno di questi viaggi, Rachel si rende conto che la loro non è affatto una vita perfetta: vede Megan con un altro uomo. Qualche giorno dopo, la donna scompare. Rachel, allora, inizia a indagare, tra improbabili tentativi e vuoti di memoria che le impediscono di arrivare alla verità.

Il romanzo è narrato attraverso i punti di vista di Rachel, Anna e Megan che si alternano monotonamente e con voci che ben poco si differenziano l’una dall’altra.

Gran parte della storia è pervasa da quel senso di auto commiserazione che accompagna Rachel nei suoi stanchi giorni di accesa depressione e questo, anziché creare empatia con il personaggio, finisce col renderlo patetico. Di più: l’aura negativa di cui si circonda Rachel contagia anche Megan e Anna, tanto che non sono riuscito ad affezionarmi a nessuna delle tre.

A onor del vero, dopo i due terzi del romanzo, la storia si fa improvvisamente interessante. Merito del ritmo che subisce finalmente un’accelerazione, sebbene la conclusione fosse sin dall’inizio abbastanza prevedibile.

C’è poco altro da dire. Lo stile è semplice e lineare, il che sarebbe un bene, se la lettura non fosse oppressa da quel senso di auto commiserazione di cui parlavo prima e che lo rende inevitabilmente lento e pesante.

Purtroppo, nonostante il triplice punto di vista, le voci sembrano tutte uguali e si ha l’impressione che sia sempre Rachel a parlare, ma questo forse è un problema della traduzione che potrebbe non inficiare la versione originale.

In definitiva, il libro svolge il suo scopo di puro intrattenimento. Lo si legge in pochi giorni e sul finale crea una certa suspense. Ma nulla di più. Ben altri, a mio avviso, dovrebbero essere i best seller.

Valutazione: 5 palloncini su 10.

Rayuela o Il gioco del mondo di Julio Cortázar

Rayuela o Il gioco del mondo di Julio Cortázar

RAYUELA

di Julio Cortázar

 

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

 

Avevo già letto questo libro. Due volte. Diversi anni fa. Lo avevo trovato ostico, complicato, noioso. Non riuscivo a capirlo. E mi ero sempre portato dentro questo cruccio.

Poi, lo scorso 26 agosto, giorno del mio compleanno, scopro che è anche il giorno della nascita di Julio Cortázar. E il cruccio che si era assopito torna a farsi sentire.

Decido allora di riprendere il libro per la terza volta.

C’è un tempo per tutto, probabilmente è così. È una regola che a quanto pare vale anche per i libri.

Non pensate difatti di poter leggere Rayuela in un momento qualsiasi della vostra vita. Nel migliore dei casi, chiudereste il libro dopo i primi salti di capitoli e non ne vorreste più sentir parlare. Nel peggiore, andreste avanti come degli zombie che a ogni costo devono portare a termine il loro macabro pasto.

Per leggere Rayuela occorre che vi regaliate dei momenti (molti, moltissimi e tremendamente lenti) di solitudine. E che in tali momenti vi abbandoniate a una lettura ostica e disperata. Ma se riuscirete a farlo, ecco che il libro vi si paleserà in tutta la sua bellezza.

Un’altra cosa. Non abbiate la presunzione di voler capire tutto. Non è possibile. Io, perlomeno, non ci sono riuscito. Sono talmente tante le citazioni, tanti gli argomenti trattati — e tutti di alto livello e notevole difficoltà — che pretendere, o solamente sperare, di comprendere ogni cosa è un atto di presunzione che paghereste a caro prezzo.

Se volete un consiglio, affrontate il libro rigo dopo rigo, pagina dopo pagina. Evitate lo scontro diretto. Non fossilizzatevi sui singoli capitoli e aspettate di avere di Rayuela un visione d’insieme. Solo così, io ho potuto leggerlo. E goderne.

Rayuela, conosciuto anche con il titolo Il gioco del mondo è il romanzo più famoso di Julio Cortàzar ed è considerato per la letteratura ispano-americana ciò che l’Ulisse di Joyce è per la letteratura europea.

Sin dal principio, l’autore cerca di rompere gli schemi. Il libro infatti può essere letto in due modi: quello tradizionale, dalla prima pagina in poi, fino al capitolo 56, e quello proposto dall’autore, partendo cioè dal capitolo 76 e saltando di capitolo in capitolo secondo uno schema riportato all’inizio del libro e riproposto alla fine di ogni capitolo.

Nel primo caso, si lasciano fuori più di duecento pagine che, a questo punto, sarebbe abbastanza inutile leggere, perché risulterebbero quasi del tutto incomprensibili. Nel secondo caso, si salta unicamente il capitolo 55 che, però, viene riproposto, seppur in modo differente, in un altro capitolo.

Tutto il romanzo è incentrato sulla figura estremamente complessa di Horacio Oliveira, un argentino emigrato a Parigi.

Horacio ha una relazione con Lucia, uruguaiana, anch’essa emigrata, che lui chiama la Maga. La prima parte del libro ruota attorno a questa relazione, tra chiacchierate filosofiche e letterarie, musica jazz, aneddoti grotteschi e drammatici.

La Maga è un personaggio molto singolare: come detto, è originaria dell’Uruguay e ha un figlio che chiama Rocamadour. Sin da subito è chiaro che non è adatta a fare la madre. Lucia è adatta solo a fare la Maga.

Per di più, l’oggetto del desiderio fisico e intellettuale di Oliveira è tanto vicino fisicamente, quanto lontano intellettualmente. La donna appare infatti inadeguata ai discorsi che l’uomo tiene coi suoi amici colti. Ha sempre bisogno di una seconda spiegazione, e nonostante la buona volontà dà sempre l’impressione di non riuscire ad afferrare qualcosa. Pur tuttavia, è chiaro a chiunque che solo lei, così lenta nell’afferrare i principi della filosofia, della fisica, della letteratura e della pittura, è in grado affrontare la vita con una leggerezza e una sospensione di incredulità tipica dei bambini. Ed è proprio questa caratteristica a renderla irraggiungibile.

La Maga è l’unica, per usare la metafora di Cortazàr, in grado di giocare al gioco del Mondo. Di spostare dunque con leggiadria il sassolino da una casella all’altra e di raggiungere il Cielo mentre tutti gli altri sono pesantemente ancorati a Terra.

Nella seconda parte del romanzo, Horacio fa ritorno in patria e inizia a vivere con un suo vecchio amico, Traveler, e la moglie di questi, Talita, che sin dal principio gli ricorda la Maga (nel frattempo scomparsa chissà dove). Il continuo vaneggiamento masochistico di Horacio — pericoloso per sé e per chi gli sta attorno — lo condurrà presto a uno stato di lucida follia dal quale non riuscirà a riprendersi.

Tutto questo è inoltre condito da citazioni, appunti, poesie, versi e trascrizioni che devono essere visti come il tentativo di Cortàzar (per mezzo del suo alter ego, lo scrittore Morelli, personaggio di fantasia), di rivoluzionare la letteratura e di dar vita a una nuova creatura che rigetti ogni compromesso letterario con il lettore. Come la Maga, anche questo tipo di letteratura è tanto vicino quanto irraggiungibile, perché forse non può essere compreso, ma soltanto vissuto.

La Maga, Talita e la Letteratura rappresentano il Cielo, ovvero l’ultima casella del gioco del mondo, che Horacio non può fare altro che ammirare dal luogo in sui si trova, ovvero dalla prima casella, la Terra. Dalla quale non riesce staccarsi.

 

Insomma, a mio parere un grande romanzo. Merita un voto alto, 8 palloncini su 10.

Non mi sento di dargli di più a causa forse dei miei limiti, che non mi hanno permesso di comprenderlo a pieno.

Magari arriverà anche il tempo della quarta lettura, chissà.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: