Un segreto ben custodito

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Autore: crimintrap012

Trilogia di New York, di Paul Auster

Trilogia di New York, di Paul Auster

 

“Trilogia di New York” è il primo libro di Auster che leggo.

Si tratta di tre romanzi brevi, o racconti lunghi, da alcuni definiti meta-polizieschi perché, partendo da uno spunto realistico, man mano che procede la storia si addentrano in situazioni paradossali e assurde. Tanto che i loro personaggi si interrogano costantemente sul proprio stato mentale: lucido o folle?

Il primo romanzo, intitolato “Città di vetro”, ha come protagonista Daniel Quinn, uno scrittore non troppo famoso che, tuttavia, riesce a vivere del proprio lavoro.

Nel cuore della notte, Quinn riceve una telefonata: qualcuno sta cercando il detective Paul Auster. Quinn allora assume l’identità del detective e inizia a indagare per conto di Virginia Stilmann, moglie di Peter Stilmann, la quale teme che il padre di quest’ultimo, anch’egli di nome Peter, uscito di prigione da poco, possa far del male al figlio.

Quinn le promette che farà in modo che non accada nulla a Peter Junior e inizia un’estenuante appostamento davanti all’albergo dove Peter Senior ha deciso di dimorare.

Dopo un po’, la storia perde le sue basi realistiche per affondarle, appunto, nell’assurdo di una situazione che fugge di mano al protagonista.

Il secondo romanzo, “Fantasmi”, narra del detective privato, Blue, che viene incaricato da White di tenere sotto controllo Black. Non gli vengono date spiegazioni, ma solo l’assicurazione che, se eseguirà con diligenza il proprio lavoro, riceverà un assegno settimanale. I pagamenti sono puntuali, ma ben presto Blue si rende conto che sotto ci deve essere qualcosa di losco. Inizia, quindi, un’indagine nell’indagine che, come nel romanzo precedente, approda a conclusioni paradossali.

Paul Auster, in virtù delle sue storie che hanno sempre diverse chiavi di lettura, è stato definito un esponente del post-modernismo.

Devo dire che questo suo primo libro non mi ha entusiasmato. Forse perché la soluzione delle storie rimane sempre sospesa tra simbolismo e paradosso, forse perché gli incipit tendono sempre a creare aspettative che, poi, inevitabilmente rimangono deluse, forse perché lo stesso stile di Auster è tale da farti credere di star leggendo un noir, un giallo o un hard-boiled, generi di cui poi il romanzo finisce col rompere gli schemi.

Tuttavia, devo riconoscere a Auster le abilità del grande narratore.

Nonostante i paradossi e le situazioni assurde in cui i suoi personaggi rimangono invischiati, Auster ha sempre la capacità di presentarli al lettore con estrema chiarezza, grazie a una prosa dal ritmo incalzante, elegante, piacevole da leggere.

Un altro punto a suo favore è la grande curiosità che la lettura delle sue storie suscita nel lettore la cui attenzione è comunque tenuta desta per tutta la durata della narrazione e anche oltre, perché, girata l’ultima pagina, letta l’ultima riga, si rimane lì, con il libro in mano e un’espressione ebete dipinta sul volto, a interrogarsi su cosa sia successo realmente e su quale significato possa avere ciò che abbiamo appena finito di leggere.

Questo era quello che più o meno avevo scritto dopo aver letto i primi due libri della trilogia, quando stavo apprestandomi a leggere il terzo.

Durante la lettura de “La camera chiusa”, però, mi è stato subito chiaro che il mio giudizio era destinato a modificarsi. L’ultimo romanzo, infatti, è di una bellezza appagante. Ma è sul finale che sono stato costretto a ribaltare il mio giudizio anche sui precedenti. Senza spoilerare alcunché, dico solo che la lettura del terzo romanzo è fondamentale per la comprensione dei primi due di cui costituisce un vero e proprio completamento.

Ecco di cosa parla “La camera chiusa”.

Il protagonista, che rimane senza nome fino alla fine, aveva un amico d’infanzia, Fanshawe. Un giorno, riceve una chiamata dalla moglie di quest’ultimo, la bella Sophie: viene a sapere che Fanshawe è scomparso lasciando una lettera in cui lo nomina “esecutore testamentario” dell’eredità: tre romanzi, diverse raccolte di poesie, cinque atti unici. Dovrà lui decidere se meritano di essere pubblicati. Gli scritti meritano eccome. In breve, il protagonista del libro si ritrova a frequentare la moglie di Fanshawe, a dividere con lei i guadagni derivanti dalla vendita dei diritti d’autore, a sposarla in seconde nozze, a vivere la vita che era dell’amico, da cui, però, inizia a essere assillato. Col pretesto di scriverne una biografia, indaga per cercare di scoprire dove si trovi. Sì, perché nel frattempo ha ricevuto una lettera in cui Fanshawe si dice felice di quanto accaduto, ammonendolo, però, di non cercarlo: in caso contrario, sarà costretto a ucciderlo.

Inizia, allora una nuova caccia all’uomo che, come nei due precedenti romanzi, porterà il protagonista a confrontarsi con vicende sempre più paradossali.

Come dicevo, i tre libri costituiscono un unicum indissolubile, anche se Auster li ha pubblicati in momenti differenti.

Dei tre, comunque, il primo è quello che m’è piaciuto di meno. Più che altro per via di alcune lunghe e noiose digressioni esplicative che ora, a lettura ultimata della trilogia, mi fanno chiedere se non mi sia perso qualcosa di importante.

Le tre storie, come detto, affondano le proprie radici nel mistero, per poi trarre linfa vitale da situazioni assurde, tanto che mi è venuto naturale accostare Auster a Edgar Allan Poe, autore, peraltro, citato più volte nella Trilogia. Di Poe, mi pare, Auster ha la capacità di sviscerare l’animo umano e di andare in profondità, in quei meandri dove si fa più labile la linea di confine tra lucidità e follia. Come in molti racconti di Poe, le storie progrediscono dall’interno di questi animi, regalando al lettore un senso di claustrofobica tensione, come se ci fosse sempre in sottofondo il battito del cuore rivelatore a scandire la discesa dei personaggi verso gli abissi dell’assurdo. Rispetto a Poe, Auster ha il merito di sviluppare una prosa originale e moderna, quasi sempre priva delle lunghe, e a volte noiose, digressioni tipiche del maestro dell’orrore, con l’eccezione, come detto, del primo romanzo.

Insomma, in definitiva Paul Auster è un grande scrittore, al servizio, secondo me, di storie che non sono per tutti. Ma di certo la Trilogia merita un voto alto.

Valutazione: 8,5 palloncini su 10.

LA RAGAZZA DEL TRENO di Paula Hawkins

LA RAGAZZA DEL TRENO di Paula Hawkins

 

“La ragazza del treno” è un romanzo di Paula Hawkins, scritto nel 2015, divenuto in breve un vero best seller con milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Vi dico subito che a me non ha fatto impazzire. Anzi.

Non è un libro particolarmente lungo; sono poco più di 300 pagine, ma nella mia percezione di lettore è come se ne avessi lette il doppio.

La trama è piuttosto semplice.

Rachel è una donna di 32 anni, divorziata da Tom, e con seri problemi di alcolismo. Mentre l’ex marito si è rifatto una vita con Anna, dalla quale ha anche avuto il tanto desiderato figlio, Rachel rimane imprigionata in un vortice di depressione e auto commiserazione. Viene licenziata, ma continua a prendere il treno ogni giorno, per far credere all’amica Cathy di avere ancora un lavoro. Durante questi viaggi, le piace guardare la vita fuori dal finestrino e in particolare quella perfetta di Jess e Jason, nomi da lei inventati di un uomo e una donna che si riveleranno essere Megan e Scott Hipwell. Durante uno di questi viaggi, Rachel si rende conto che la loro non è affatto una vita perfetta: vede Megan con un altro uomo. Qualche giorno dopo, la donna scompare. Rachel, allora, inizia a indagare, tra improbabili tentativi e vuoti di memoria che le impediscono di arrivare alla verità.

Il romanzo è narrato attraverso i punti di vista di Rachel, Anna e Megan che si alternano monotonamente e con voci che ben poco si differenziano l’una dall’altra.

Gran parte della storia è pervasa da quel senso di auto commiserazione che accompagna Rachel nei suoi stanchi giorni di accesa depressione e questo, anziché creare empatia con il personaggio, finisce col renderlo patetico. Di più: l’aura negativa di cui si circonda Rachel contagia anche Megan e Anna, tanto che non sono riuscito ad affezionarmi a nessuna delle tre.

A onor del vero, dopo i due terzi del romanzo, la storia si fa improvvisamente interessante. Merito del ritmo che subisce finalmente un’accelerazione, sebbene la conclusione fosse sin dall’inizio abbastanza prevedibile.

C’è poco altro da dire. Lo stile è semplice e lineare, il che sarebbe un bene, se la lettura non fosse oppressa da quel senso di auto commiserazione di cui parlavo prima e che lo rende inevitabilmente lento e pesante.

Purtroppo, nonostante il triplice punto di vista, le voci sembrano tutte uguali e si ha l’impressione che sia sempre Rachel a parlare, ma questo forse è un problema della traduzione che potrebbe non inficiare la versione originale.

In definitiva, il libro svolge il suo scopo di puro intrattenimento. Lo si legge in pochi giorni e sul finale crea una certa suspense. Ma nulla di più. Ben altri, a mio avviso, dovrebbero essere i best seller.

Valutazione: 5 palloncini su 10.

Rayuela o Il gioco del mondo di Julio Cortázar

Rayuela o Il gioco del mondo di Julio Cortázar

RAYUELA

di Julio Cortázar

 

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

 

Avevo già letto questo libro. Due volte. Diversi anni fa. Lo avevo trovato ostico, complicato, noioso. Non riuscivo a capirlo. E mi ero sempre portato dentro questo cruccio.

Poi, lo scorso 26 agosto, giorno del mio compleanno, scopro che è anche il giorno della nascita di Julio Cortázar. E il cruccio che si era assopito torna a farsi sentire.

Decido allora di riprendere il libro per la terza volta.

C’è un tempo per tutto, probabilmente è così. È una regola che a quanto pare vale anche per i libri.

Non pensate difatti di poter leggere Rayuela in un momento qualsiasi della vostra vita. Nel migliore dei casi, chiudereste il libro dopo i primi salti di capitoli e non ne vorreste più sentir parlare. Nel peggiore, andreste avanti come degli zombie che a ogni costo devono portare a termine il loro macabro pasto.

Per leggere Rayuela occorre che vi regaliate dei momenti (molti, moltissimi e tremendamente lenti) di solitudine. E che in tali momenti vi abbandoniate a una lettura ostica e disperata. Ma se riuscirete a farlo, ecco che il libro vi si paleserà in tutta la sua bellezza.

Un’altra cosa. Non abbiate la presunzione di voler capire tutto. Non è possibile. Io, perlomeno, non ci sono riuscito. Sono talmente tante le citazioni, tanti gli argomenti trattati — e tutti di alto livello e notevole difficoltà — che pretendere, o solamente sperare, di comprendere ogni cosa è un atto di presunzione che paghereste a caro prezzo.

Se volete un consiglio, affrontate il libro rigo dopo rigo, pagina dopo pagina. Evitate lo scontro diretto. Non fossilizzatevi sui singoli capitoli e aspettate di avere di Rayuela un visione d’insieme. Solo così, io ho potuto leggerlo. E goderne.

Rayuela, conosciuto anche con il titolo Il gioco del mondo è il romanzo più famoso di Julio Cortàzar ed è considerato per la letteratura ispano-americana ciò che l’Ulisse di Joyce è per la letteratura europea.

Sin dal principio, l’autore cerca di rompere gli schemi. Il libro infatti può essere letto in due modi: quello tradizionale, dalla prima pagina in poi, fino al capitolo 56, e quello proposto dall’autore, partendo cioè dal capitolo 76 e saltando di capitolo in capitolo secondo uno schema riportato all’inizio del libro e riproposto alla fine di ogni capitolo.

Nel primo caso, si lasciano fuori più di duecento pagine che, a questo punto, sarebbe abbastanza inutile leggere, perché risulterebbero quasi del tutto incomprensibili. Nel secondo caso, si salta unicamente il capitolo 55 che, però, viene riproposto, seppur in modo differente, in un altro capitolo.

Tutto il romanzo è incentrato sulla figura estremamente complessa di Horacio Oliveira, un argentino emigrato a Parigi.

Horacio ha una relazione con Lucia, uruguaiana, anch’essa emigrata, che lui chiama la Maga. La prima parte del libro ruota attorno a questa relazione, tra chiacchierate filosofiche e letterarie, musica jazz, aneddoti grotteschi e drammatici.

La Maga è un personaggio molto singolare: come detto, è originaria dell’Uruguay e ha un figlio che chiama Rocamadour. Sin da subito è chiaro che non è adatta a fare la madre. Lucia è adatta solo a fare la Maga.

Per di più, l’oggetto del desiderio fisico e intellettuale di Oliveira è tanto vicino fisicamente, quanto lontano intellettualmente. La donna appare infatti inadeguata ai discorsi che l’uomo tiene coi suoi amici colti. Ha sempre bisogno di una seconda spiegazione, e nonostante la buona volontà dà sempre l’impressione di non riuscire ad afferrare qualcosa. Pur tuttavia, è chiaro a chiunque che solo lei, così lenta nell’afferrare i principi della filosofia, della fisica, della letteratura e della pittura, è in grado affrontare la vita con una leggerezza e una sospensione di incredulità tipica dei bambini. Ed è proprio questa caratteristica a renderla irraggiungibile.

La Maga è l’unica, per usare la metafora di Cortazàr, in grado di giocare al gioco del Mondo. Di spostare dunque con leggiadria il sassolino da una casella all’altra e di raggiungere il Cielo mentre tutti gli altri sono pesantemente ancorati a Terra.

Nella seconda parte del romanzo, Horacio fa ritorno in patria e inizia a vivere con un suo vecchio amico, Traveler, e la moglie di questi, Talita, che sin dal principio gli ricorda la Maga (nel frattempo scomparsa chissà dove). Il continuo vaneggiamento masochistico di Horacio — pericoloso per sé e per chi gli sta attorno — lo condurrà presto a uno stato di lucida follia dal quale non riuscirà a riprendersi.

Tutto questo è inoltre condito da citazioni, appunti, poesie, versi e trascrizioni che devono essere visti come il tentativo di Cortàzar (per mezzo del suo alter ego, lo scrittore Morelli, personaggio di fantasia), di rivoluzionare la letteratura e di dar vita a una nuova creatura che rigetti ogni compromesso letterario con il lettore. Come la Maga, anche questo tipo di letteratura è tanto vicino quanto irraggiungibile, perché forse non può essere compreso, ma soltanto vissuto.

La Maga, Talita e la Letteratura rappresentano il Cielo, ovvero l’ultima casella del gioco del mondo, che Horacio non può fare altro che ammirare dal luogo in sui si trova, ovvero dalla prima casella, la Terra. Dalla quale non riesce staccarsi.

 

Insomma, a mio parere un grande romanzo. Merita un voto alto, 8 palloncini su 10.

Non mi sento di dargli di più a causa forse dei miei limiti, che non mi hanno permesso di comprenderlo a pieno.

Magari arriverà anche il tempo della quarta lettura, chissà.

MAUS

MAUS

Maus, di Art Spigelman

MAUS

di Art Spiegelman

 

Valutazione: 9 palloncini su 10

 

Ho avuto tra le mani questo fumetto almeno un paio di volte in passato, senza che scoccasse la scintilla che mi facesse pensare: devo leggerlo ergo devo comprarlo. (Eh sì, perché da buon feticista dei libri non sopporto di leggere libri che non possiedo.)

La prima volta è stata alcuni anni fa. Ero a casa di Marco, l’altro Criminale in Trappola, e stavo per mettermi a letto dopo aver sbirciato tra i suoi libri. Lui mi porge il volume e mi fa: “Leggi questo. Non leggo fumetti di solito, ma questo l’ho trovato molto bello”. Sfogliai qualche pagina controvoglia e poi caddi in un sonno profondo.

La seconda volta, più di recente, è successo dentro una libreria mentre gironzolavo per scegliere un regalo. Sappiatelo: io regalo solo libri! Purtroppo non sempre i destinatari del regalo sono accaniti lettori, ma in quel caso mi convinsi che Maus potesse essere un buon compromesso e lo presi. Non so, in effetti, se è stato poi letto; dovrò indagare.

Infine, ecco scoccare la scintilla.

Un paio di settimane fa mi si visualizza nella mente l’immagine della copertina (questi due topi con occhietti spauriti che si stagliano davanti a una svastica felina) e non mi si toglie più finché non vado a comprare il libro. Se esiste una sorta di futuristica ipnosi a distanza, ne sono stata vittima.

Comunque, ipnosi o no, in una manciata di giorni lo leggo.

Ecco, la prima cosa che mi viene in mente è che Maus non ha niente a che fare con la letteratura.

La storia procede senza ritmo, in maniera lenta e con frequenti ridondanze; la scrittura è pesante e a volte didascalica. A ben vedere, forse Maus non ha niente a che fare neanche col fumetto. Per lo meno col fumetto cui ero abituato io: i disegni sono sporchi, privi di dettagli, quasi solo abbozzati; i personaggi sono tutti uguali, impossibili da distinguere se non quando vengono chiamati per nome da altri personaggi.

La verità è che Maus ha a che fare con la vita.

L’opera è autobiografica. L’autore stesso è uno dei personaggi: Art è un giovane fumettista che decide di raccontare la storia del padre Vladek, un ebreo reduce dai campi di concentramento e sopravvissuto all’orrore nazista.

I personaggi dell’opera non hanno forma umana. Sono rappresentati come animali, secondo una distinzione sociale ben definita: gli ebrei sono topi (Maus in tedesco significa “topo”. Inoltre, il “Panzer VIII Maus” era un carro armato tedesco della Seconda Guerra Mondiale); i nazisti, naturalmente, sono gatti; i polacchi sono maiali, i francesi rane, gli americani cani.

Quando ho visto questi topolini indossare la maschera di gatti o di maiali (rappresentazione grafica dell’essere riusciti a ottenere documenti di identità falsi) e, in questo modo, passare inosservati ai loro aguzzini, ho capito la grandezza di Maus: l’orrore della vita racchiuso in un “semplice” fumetto.

Da un certo punto di vista tutto ciò potrebbe suonare blasfemo. Del resto, lo stesso Spigelman, durante la stesura dell’opera, fu tormentato dal timore di mancare di rispetto alle tante vittime dell’Olocausto con un’opera inadeguata: il fumetto infatti potrebbe sembrare uno strumento troppo riduttivo per essere applicato a una tematica così grave e importante. Ma questo (pre) giudizio viene completamente ribaltato dalla lettura di Maus. Anzi, quello che davvero succede è che il fumetto, con la sua semplicità, la sua grazia, le sue dinamiche, la sua poesia, funge da cassa da risonanza alle tragiche vicende vissute dal popolo ebraico.

E tu ti ritrovi a sfogliare le pagine e a soffrire assieme a questi topolini che cercano solo di sopravvivere. Finisci con l’affezionarti a un animale che, tipicamente, non è fatto per suscitare emozioni positive. Lo stesso Spiegelman lo ha scelto perché emblema della paura, del ribrezzo, perché ha voluto gridare a tutto il mondo come l’orrore nazista sia stato capace di ridurre esseri umani a bestie sporche e affamate.

Ecco che allora Maus ha sì a che fare con il fumetto, perché alla base c’è una scelta, coraggiosa e ben precisa, di condurre uno stile coerente con il processo allegorico avviato, di rappresentare la vita senza fronzoli, perché in quel periodo la vita degli ebrei era così.

Ma la vita bisogna avere il coraggio e il talento di raccontarla. E allora Maus ha a che fare anche con la letteratura. E con la grande, grandissima letteratura. Perché Maus è una storia bellissima che, nella sua lenta, ma inesorabile quotidianità ti prende per mano e ti conduce dalle case sfarzose delle prime tavole ai tuguri stretti e sporchi dei nascondigli, ai gretti e inumani lager, alle camere a gas, ai forni crematori, fino in fondo alle fosse comuni.

I topolini venivano messi in queste camere pulite e ordinate per fare la doccia. Dalle docce però non usciva acqua ma un insetticida, lo Zyklon B, che poteva procurare la morte in 3 minuti o in 30. Nella maggior parte dei casi, non era lo Zyklon a uccidere, ma il panico che si generava e che portava le persone ammassate a calpestarsi a vicenda. Quando i nazisti dovevano ripulire la doccia, si ritrovavano un mucchio di corpi, uno sopra l’altro: in alto, i più forti, in basso, i vecchi e i bambini, morti schiacciati, soffocati. Gli arti slogati, le dita delle mani rotte a forza di grattare sulle pareti per cercare una via di fuga. I graffi sulla porta, dove maggiore era il numero di corpi accalcati.

Ecco, in fin dei conti, cos’è davvero Maus: una intensa, terrificante esperienza di vita.

Valutazione: 9/10

Blurp!

Blurp!

CHI INDOVINA LO SCRITTORE?

Chi indovina lo scrittore? è il giochino che ci siamo inventati per pubblicizzare, sulla pagina Facebook dei Criminali in trappola, il nostro romanzo “Un segreto ben custodito”.

Di volta in volta, proporremo improbabili blurp (brevi frasi promozionali tanto in voga negli States) di scrittori che potrebbero aver letto (😌) Un segreto ben custodito e chi vorrà partecipare dovrà indovinarne l’autore, motivando la scelta.
Man mano che il gioco prosegue, stileremo una classifica generale e può darsi che il primo classificato vinca un grandioso premio di modicissimo valore.

AGGIORNAMENTO: A vincere un grandioso premio, di modicissimo valore, saranno addirittura i primi 5 classificati che si aggiudicheranno una fantastica maglietta criminale:

REGOLAMENTO

  1. A cadenza giornaliera, con l’esclusione della domenica, sulla pagina facebook dei Criminali in Trappola (Facebook), alle 21.00 in punto, salvo diverse indicazioni, verrà aperto un post intitolato “CHI INDOVINA LO SCRITTORE?” contenente il blurp! del giorno. Da quel momento, chinque potrà provare a dare la risposta giusta.
  2. Chi indovina lo scrittore avrà diritto a 3 punti palloncino (); tutti quelli che partecipano guadagneranno 1 punto palloncino ().
  3. Verranno assegnati 2 punti palloncino () a chi, pur non indovinando, inserirà la risposta “decisiva”, cioè quella che permetta a tutti i partecipanti di fare un passo deciso verso la soluzione.
  4. Verranno assegnati 2 punti palloncino () a chi, pur non indovinando, inserirà la motivazione, a nostra discrezione, più bella, interessante e/o fantasiosa.
  5. Verrà assegnato 1 punto palloncino () per ogni indizio trovato, indipendentemente dal vincitore. Questo significa che se il vincitore non avrà individuato tutti gli indizi, potranno farlo gli altri partecipanti, guadagnando un punto palloncino  per ogni indizio trovato.
  6. Sono ammessi gli ex aequo nella distribuzione dei palloncini.
  7. Qualora non venisse data la risposta corretta entro un certo lasso di tempo a nostra discrezione dalla pubblicazione del post, sarà concesso un ulteriore indizio. Saranno concessi indizi finché non sarà indovinato lo scrittore.
  8. Tutti i partecipanti a “CHI INDOVINA LO SCRITTORE?” entreranno a far parte della classifica generale che può essere consultata qui sotto. I primi 5 classificati si aggiudicheranno una delle fantastiche magliette criminali, oltre ad altri premi che per ora esistono solo nella nostra fervida immaginazione.
  9. Ricordiamo che il giochino è finalizzato a fare pubblicità al nostro romanzo “UN SEGRETO BEN CUSTODITO”. Saremo, pertanto, grati a tutti i partecipanti che vorranno leggere il libro e che vorranno pubblicizzarlo tra i propri contatti e amici 🙂

Di seguito, potete visualizzare la classifica generale.

 

CLASSIFICA FINALE

PARTITA A SQUASH

PARTITA A SQUASH

Gabriele Restaino, in procinto di lanciare in aria la pallina nera da squash e colpirla con tutta la forza di cui può disporre nel finale di una partita tesa ed equilibrata che lo vede comunque in svantaggio, come un piccolo Creatore nell’istante appena precedente all’esplosione di un Bing Bang sta per mettere in moto una serie di eventi di cui adesso è responsabile, sì, ma di cui quasi subito perderà il controllo. La piccola sfera dagli occhi gialli, schiaffeggiata dal piatto della sua racchetta, si deforma in maniera impercettibile, roba di pochi millimetri, poco prima di filare dritta come un minuscolo disco volante verso il muro che all’impatto ne assorbirà parte dell’energia e la rispedirà verso Giuseppe Sarausa, assicuratore, un po’ più in là con gli anni rispetto all’avversario ma dotato di un fisico invidiabile, il quale, fermo in posizione d’attesa, con in pugno la racchetta che la figlia Caterina gli ha comprato su Amazon a 99,99 euro per un compleanno o un onomastico o chissà quale altro avvenimento, la vedrà, per l’infinitesima frazione temporale che trascorre tra l’urto sul muro e il cambio repentino di direzione, come se si fosse arrestata in un fermo-immagine, e infine sferrerà un tremendo rovescio, ribaltando la situazione di pericolo e lasciando adesso lo sfidante nella scomoda posizione di doversi difendere e contrattaccare.
La risposta di Restaino, imprenditore edile scaltro, dall’etica incerta e dalle amicizie di dubbia provenienza, però è infida, e coglie Giuseppe in contro tempo. Il giocatore, che è in là con gli anni, sì, ma che ha ancora una muscolatura agile ed elastica, spingendo sull’avampiede sinistro scatta di lato, evita l’avversario – che all’ultimo momento fa un balzo all’indietro – e dopo aver osservato con sguardo fermo la pallina sbattere sul pavimento, poi sulla parete di destra, quindi sul vetro, allunga la racchetta in un ultimo spasmo atletico e colpisce quasi alla cieca; il colpo che ne viene però non è secco: le corde tagliano la palla facendola roteare su se stessa in una lenta parabola; un numero da artista, che costringe Gabriele a scattare in avanti in uno sprint da restare senza fiato. Ed eccolo, allora, l’imprenditore quarantenne, spregiudicato, muovendosi con gesti eleganti, un occhio semichiuso per lo sforzo, mentre usa il dorso della mano sinistra per catturare le gocce di sudore che dall’estremità di un ciuffo ribelle gli stanno per finire sugli occhi, chinarsi, aprire il braccio destro e lasciarlo andare con rabbia, agganciando la palla a pochi centimetri dal pavimento e facendola schizzare di nuovo a velocità supersonica; e subito dopo di nuovo correre, a perdifiato, per riprendere la posizione corretta e non scoprirsi a inevitabili azioni controffensive che ne minerebbero la stabilità, emotiva prima ancora che fisica, perché questo è il punto che potrebbe dare la vittoria al contendente o regalare a lui un pareggio che ribalterebbe la situazione in suo vantaggio.
È in quell’ultima corsa, folle e disperata, che voltandosi verso la parete di vetro scorge la presenza di una donna, che forse è lì per lui, oppure guarda la partita in maniera distratta per ingannare il tempo; è magra, indossa un vestito rosso che lascia scoperte le gambe e le braccia, mettendo in risalto la pelle bianca. L’occhio di Restaino, sensibile alle beltà femminili, registra tutti questi particolari in pochi attimi, prima di riportare la concentrazione sulla nuova risposta di Gabriele, che non sembra scalfito dalla fatica e pare che danzi sul parquet. Dunque, ancora uno scatto, schiena bassa, rischiando di scivolare e cedere così la partita facendo pure una magra figura con la signora che forse è ancora lì e lo sta guardando; ancora l’estrema elongazione del braccio, di cui la racchetta diventa parte e prolungamento. Con un rapido movimento del polso riesce a trovare la pallina, che adesso batte contro il muro e dopo aver toccato terra danza incerta tra la parete laterale e quella di vetro prima di venire calamitata dalla racchetta di Giuseppe Sarausa, assicuratore, la cui figlia lui reputa un po’ strana, ma tutto sommato meglio di altre – non si può mica avere tutto –, che non si lascia sorprendere e anzi è lui che sorprende l’avversario, se non altro per la prontezza di riflessi e la forma invidiabile con cui si avventa sulla pallina, che una volta frustata quasi non si solleva da terra e procede rasente il pavimento.
Gabriele, l’imprenditore, figlio a sua volta di imprenditore morto suicida, si lancia ancora in avanti come se da quel punto dovesse dipendere il suo sogno di rivalsa e riscatto sociale, seguendo la palla nera con i due puntini gialli che prosegue la sua strana traiettoria lontano da lui, dove solo con un ultimo colpo di reni e un tuffo può arrivare, in un ultimo disperato tentativo di agganciarla dal basso verso l’alto come per uncinarla con la sua racchetta acquistata in un costoso negozio sportivo di Corso Buenos Aires a Milano.
Un tonfo. La palla tocca terra mentre Gabriele finisce con una spallata addosso alla parete. Punto, set, match. Uhhh uh, grida Giuseppe vedendo Gabriele a terra, supino. Esausto. Non c’è pietà per i perdenti, è così che gira il mondo, è così che gira sui campi di squash di Monza da quaranta euro l’ora. Quando infine arriva anche il momento della sportività, e Giuseppe si avvicina con la sua mano sudata, leggermente tremula e la porge a Gabriele, aiutandolo a rialzarsi e dice: Bella partita, questi risponde: Solo fortuna, e mugugnando all’improvviso si ricorda di quella donna che assomigliava così tanto a Micol Nera e che adesso sembra essersi dileguata, lasciandolo solo a leccarsi le ferite e con l’incombenza di dover pagare da bere al vincitore che dinanzi all’ingresso degli spogliatoi lo sta ancora sbeffeggiando.

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