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Categoria: Le parole degli altri

LA GABBIANELLA E IL GATTO CHE LE INSEGNÒ A VOLARE di Luis Sepulveda

LA GABBIANELLA E IL GATTO CHE LE INSEGNÒ A VOLARE di Luis Sepulveda

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

Ho iniziato a leggere questo romanzo breve con un po’ di titubanza. L’ho letto, in effetti, a mia figlia di 4 anni, nell’arco di una manciata di notti, in attesa che si addormentasse. Era il periodo in cui la bambina mi costringeva a vedere almeno una volta al giorno il film d’animazione realizzato da Enzo D’Alò, film che, per inciso, mi è piaciuto molto e che già avevo visto al cinema quando uscì, una caterva di anni or sono. Per questo, leggere il racconto dal quale era stato tratto il film credevo potesse essere noioso, conoscendo la storia a menadito.

E invece il libro mi ha sorpreso più volte.

Intanto è scritto benissimo, con uno stile leggero e ironico, sempre sospeso tra il racconto fiabesco e l’allegoria.

Poi, non c’è niente da fare: lo spunto iniziale, di questo gatto grande e grosso chiamato a insegnare l’arte del volo a una piccola gabbianella, non mi lascia mai indifferente, per quante volte ne abbia abbracciato la storia.

Infine, il libro è molto diverso dal film, ma sarebbe più corretto dire il contrario. Per esempio: nel film un ruolo fondamentale è assunto dai topi, veri e propri antagonisti (e ci mancherebbe) dei gatti del porto. Ma nel libro, i topi hanno un ruolo piuttosto marginale. In secondo luogo, mancano alcuni personaggi, come il gatto Pallino, sostituito nel libro dallo scimpanzé Mattia, che si rivela un personaggio più azzeccato e interessante (nonostante anche Pallino non sia male).

In definitiva, ho avuto l’impressione che il film sia stato un po’ addolcito rispetto al libro, forse perché destinato a un target ancora più giovane. Il libro è a tratti duro, in alcuni casi quasi violento, ma sempre e comunque attraversato da una vena dolce e lirica. Mi è parso, infatti, che il film abbia voluto un po’ semplificare la storia narrata da Sepulveda, e il modo in cui lo ha fatto. Perché, ripeto, probabilmente destinato a un pubblico di bambini, mentre il libro mi pare più adatto a ragazzi tra i 6 e i 13 anni (oltre che ai vecchi che si sentono ancora giovani).

Poi, c’è quella poesia di Bernardo Atxaga, che per fortuna nel film hanno deciso di mantenere, che trovo meravigliosa, nella sua semplicità:

Tutti i pomeriggi

si radunano i gabbiani

davanti alla stazione ferroviaria:

Lì ripensano ai loro amori.

Nel loro libro di memorie

due fiori di sandalo:

uno segna la pagina dei ponti,

l’altro quella dei suicidi.

E conservano anche una fotografia

del mendicante che, una volta, trasportava

gli scarti del mercato.

Ma il loro piccolo cuore

lo stesso degli equilibristi –

per nulla sospira tanto

come per quella pioggia sciocca

che quasi sempre porta il vento,

che quasi sempre porta il sole.

Per nulla sospira tanto

come per l’interminabile

continuo mutare

del cielo e dei giorni.

Bella, vero?

Nel libro la troviamo citata verso la fine. Il film, invece, quasi si apre con questi versi. In entrambi i casi, sembra voler segnare i confini della storia, come ad avvertire il giovane lettore che, per credere in quello che leggerà o in quello che ha letto deve aprire il proprio cuore, trattenere il fiato come fanno gli equilibristi ed essere pronto a spiccare il volo.

Un film bello. Un libro molto bello. Che rileggerò a mia figlia, e poi anche a mio figlio. Più e più volte. Perché anche il loro cuore possa aprirsi al delicato volo degli equilibristi e dei gabbiani. E, perché no, per avere io stesso l’occasione di rileggerlo.

 

 

Genere: narrativa per ragazzi.

Tempo di lettura: 3 sedute da un’ora ciascuna.

Valutazione: 8 palloncini su 10

Il senso di una fine, di Julian Barnes

Il senso di una fine, di Julian Barnes

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

“Il senso di una fine” è un romanzo dello scrittore inglese Julian Barnes pubblicato nel 2011 che, in breve, è divenuto un caso editoriale: c’è chi lo osanna e chi, al contrario, lo disprezza.

In me, si fondono le due anime.

“Il senso di una fine” è, ancora una volta (come in “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro, da poco letto), la storia di un uomo costretto in qualche modo a fare i conti con il suo passato.

Il protagonista, Tony, è anche il narratore. Nella prima parte del libro, ripercorre la sua gioventù, fatta di amicizie, amori, ideali e grandi speranze per il futuro. Nella seconda parte, ci narra di lui già vecchio, in pensione, senza gli amici di un tempo, senza gli amori di un tempo e senza più le grandi speranze che un tempo gli avevano fatto brillare gli occhi.

Tony, cioè, si rivela essere un uomo mediocre, che ha vissuto mediocremente, accettando in maniera passiva gli eventi della vita così come gli si presentavano. Un uomo senza qualità, dunque. Niente di particolarmente originale, dunque.

Il punto è che lui non la pensa così. Anzi, è completamente soddisfatto della vita che ha avuto, perché la ritiene la migliore delle vite possibili. Continua a fare progetti per il futuro, anche se gli occhi non brillano più come un tempo. Crede di poter riallacciare i rapporti con Veronica, il suo primo grande amore, con cui si è lasciato in pessimo modo.

Man mano che Tony procede in questa moderata auto-celebrazione di sé e dell’esistenza vissuta, si rende conto che qualcosa non va; che forse la vita non gli ha riservato tutte le soddisfazioni che crede; che, probabilmente, avrebbe potuto fare di più, quanto meno tentare o impegnarsi a farlo. Capisce, cioè, che per tutta la vita non ha fatto altro che accontentarsi. Il bello, o il brutto, di tutta questa faccenda, è che non se n’è mai accorto prima. Riflette su questo aspetto della sua personalità e comprende che la vita non è altro che un insieme di ricordi che si tenta di rimettere insieme. Ma la memoria è labile. Siamo abituati a raccontarci la nostra vita abbellendola, aggiustandola, migliorandola. E possiamo farlo perché la memoria ci inganna: siamo sicuri che certe cose siano realmente accadute, e che siano accadute nel modo in cui le ricordiamo? Da giovani immaginiamo un futuro strabiliante, anzi diversi futuri strabilianti. Poi, da vecchi, siamo continuamente impegnati a risistemare il nostro passato e quello degli altri. Guardandoci indietro, ci rendiamo conto che la vita ha ridimensionato l’idea che avevamo del futuro, che abbiamo tradito ideali e aspirazioni, amici e amori, che non abbiamo più gli occhi che ci brillano.

Fin qui, la mia anima osannatrice di Barnes e del suo romanzo.

La sua scrittura è lineare, pacata, elegante. Mi ha accompagnato in questo mare di pensieri che, inevitabilmente, ho fatto miei. Mi ha fatto sorridere, ridere, riflettere.

Poi, però, c’è la parte della storia contro cui si erge l’altra mia anima: quella che la disprezza. D’accordo, “disprezza” è un termine un po’ forte, esagerato, ma è solo per rendere l’idea.

Attorno al succo del romanzo, che ho cercato di esporre prima, Barnes costruisce una trama che sa di vero e proprio giallo. Senza spoilerare alcunché, dico solo che il protagonista si ritrova a farsi una serie di interrogativi, a seguire delle tracce, a costruire degli schemi, delle strategie. Tutto ciò crea una certa suspense e una serie di aspettative che, purtroppo, non vengono completamente soddisfatte. Almeno per quanto mi riguarda.

Sei lì a domandarti: chi? Cosa? E perché? E intanto la lettura prosegue e man mano che vai avanti inizi a sospettare che a quegli interrogativi non verrà data una risposta, non a tutti perlomeno. Finché arrivi all’ultima pagina, all’ultima riga, all’ultima parola. Continuando a sperare fino alla fine di scovare il senso del romanzo. Chiudi il libro, leggi finalmente la quarta di copertina, inizi a spulciare su internet, tra articoli, recensioni e blog, guardi il trailer del film che ne hanno tratto. Ma niente. Devi arrenderti all’evidenza: la storia che ci racconta Barnes manca di un vero e proprio senso. In altre parole “il senso di una fine” non c’è.

Come accade nella vita di tutti i giorni. Già, perché spesso la vita manca di coerenza, di giustizia, di verità. Manca di senso, probabilmente. E ognuno, davanti a queste mancanze, reagisce come può.

Quello che ti rimane, allora, è un sensazione di profonda inadeguatezza, di fronte a un’esistenza che non è, non dovrebbe essere, una semplice addizione di fatti e persone, ma che è, dovrebbe essere, una moltiplicazione, una crescita, perché il prodotto finale acquisti finalmente un senso compiuto.

 

Genere: narrativa, mainstream.

Tempo di lettura: 5/6 sedute da un paio d’ore ciascuna.

Valutazione: 8 palloncini su 10

Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro

Non lasciarmi, di Kazuo Ishiguro

 

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

“Non lasciarmi” è il primo romanzo di Kazuo Ishiguro che leggo.

Probabilmente, se non fosse stato per il Premio Nobel da poco conferitogli, avrei atteso ancora un po’ prima di farlo. E sarebbe stato un peccato.

“Non lasciarmi” è un romanzo che si può definire “fantascientifico” anche se affronta la fantascienza in un modo completamente diverso da quanto, in generale, siamo abituati a intendere. Molto più intimista. Si tratta di una vera e propria ucronìa, ambientata in un presente alternativo e narrata in prima persona dalla protagonista, Kathy, che, dopo un breve preambolo, ripercorre in un lungo flashback le tappe della sua amicizia con Tommy e Ruth, suoi compagni nel collage di Hailshame.

In quest’istituto, la vita si svolge in modo apparentemente normale, tra corsi di studio, discipline sportive e varie forme ricreative e artistiche. La loro educazione è affidata a dei tutori, con alcuni dei quali i ragazzi instaurano un rapporto profondo. I lavori migliori sono selezionati da Madame, per essere conservati nella sua galleria. Insomma, tutto sembra svolgersi alla stregua della vita scolastica di un qualsiasi altro istituto inglese dei giorni nostri. Di tanto in tanto, però, accadono fatti all’apparenza innocui, ma che, nei ricordi di Kathy assumono contorni ambigui e inquietanti. La verità, che emerge a poco a poco (ma che è sempre stata presente, fin dalle prime pagine), è addirittura scioccante.

“Non lasciarmi” è un grande romanzo di un grandissimo scrittore, di cui cercherò al più presto di leggere anche altre opere.

A mio avviso, la capacità di Ishiguro si palesa nel saper portare avanti una storia complicata rendendola comprensibile e avvincente. Mi spiego. La tematica trattata, la trama attraverso cui viene svolta fatta di piccoli gesti quotidiani, la necessità di permettere al lettore di acquisire familiarità con un presente distopico; tutto viene gestito dall’autore con grande sapienza e pazienza. Al lettore, pagina dopo pagina, vengono somministrate pillole di questo presente distopico che, a poco a poco, gli permettono di averne una visione d’insieme, di entrare in confidenza e, appunto, acquistare familiarità con esso, in modo da risultare ancora più forte la consapevolezza dell’orrore quotidiano.

La pazienza che l’autore usa per costruire la storia, deve essere ricompensata con altrettanta pazienza nel leggerla. “Non lasciarmi” non è un romanzo semplice. Nonostante non arrivi a 300 pagine, è molto denso, pochi dialoghi, molte descrizioni e soprattutto molte riflessioni della protagonista che permettono di svelarne gli stati d’animo. Occorre tempo per leggerlo, concentrazione, voglia di abbandonarsi alla lettura, senza fretta, senza l’assillo di voler capire subito quello che succede e di arrivare per forza al finale in tempi brevi.

A proposito di finale, senza rivelare nulla, posso dire che si tratta, per me, del punto debole del romanzo perché tutto il mondo di “Non lasciarmi”, tutto quello che è stato Hailshame, tutto quello che i protagonisti non si sono detti nel corso di più di 250 pagine, quello che hanno solo immaginato, sospettato, viene spiegato in una sola volta, in un unico, lungo paragrafo.

Ma è un difetto di poco conto di fronte all’importanza e alla bellezza del romanzo.

 

Genere: narrativa, fantascienza, ucronìa.

Tempo di lettura: una decina di sedute da un paio d’ore ciascuna.

Valutazione: 8 palloncini su 10

CTRL+Z, di Laura Gulia

CTRL+Z, di Laura Gulia

 

 

Una bella storia, che forse meritava uno spazio più ampio. Ma partiamo dall’inizio.

CTRL+Z è la storia di Camille, una ragazza di trent’anni con una madre francese e un padre italiano. La sua vita si svolge tra Parigi e Firenze, due città capaci di assecondarne la personalità al tempo stesso artistica e imprenditoriale. A soli diciotto anni, Camille sa cosa vuole fare della propria vita. Ha un’idea che nasce da un suo difetto. Come le racconta nonna Sophie, i difetti sono spesso i punti di forza di una persona, basta solo valorizzarli. Il difetto di Camille consiste in un problema alimentare legato al frumento. Ecco, allora, l’idea: una guida dedicata a persone con problemi alimentari, una piantina geografica dell’Europa in cui siano indicati tutti i posti dove chiunque può mangiare qualunque cosa. Così, mentre la sorella gemella Daphne si dedica all’università e a formare una famiglia, Camille va in giro per l’Europa per raccogliere appunti e informazioni per la sua guida che intitola You Can Eat All.

Manco a dirlo, in un’epoca che ancora non conosce le comodità di internet, la guida ha un successo strepitoso e diventa un best seller. Camille si ritrova ancora giovanissima e, per di più, ricchissima.

Ma questa non è la storia di una donna in carriera, o la biografia di una donna geniale. È una storia d’amore. Sì, perché Camille, mentre riscuote successi ovunque, è assillata da un cruccio: ha conosciuto il vero amore, ma è un amore irraggiungibile.

Lei osserva l’amore, senza sapere di essere al tempo stesso osservata.

L’inconsapevole fortunato si chiama Pierre, è un suo vecchio compagno di giochi che Camille ritrova ormai adulto e in procinto di sposarsi. Così, mentre Camille continua a coltivare la speranza di questo amore impossibile, e nel frattempo diventa una ricca imprenditrice, vede Pierre formare una famiglia, avere dei bambini. In altre parole allontanarsi sempre di più. È a questo punto che l’amore si trasforma: da oggetto di studio, egoistico e sensuale, a poco a poco diventa parte stessa della personalità e del carattere di Camille. La ragazza se ne impossessa e si ritrova capace di non chiuderlo più dentro di sé ma di riversarlo verso l’esterno.

Come ci riesce? Be’, per saperlo dovrete leggere il libro.

Molto bella l’idea della metafora computeristica che avvolge tutto il racconto.

“Tornare indietro e ricominciare. Perché avevamo sbagliato, perché non era il momento giusto o solo perché qualcosa è cambiato: facile con una tastiera e due dita. Basta premere CTRL e Z e tutto torna come prima: una seconda possibilità.”

Sarebbe molto comodo avere un PC al posto del cervello (o un MAC, per non fare torto a nessuno) e attraverso semplici combinazioni di tasti programmare e ri-programmare la nostra esistenza. Al limite, cancellarne l’ultimissimo passaggio, per poterlo riscrivere meglio.

La storia di Camille viene costruita attorno alla metafora iniziale: CTRL+FRECCIA DESTRA, CTRL+Y, CTRL+N. Questi sono i titoli dei capitoli attraverso i quali Camille si muove come un cursore lampeggiante sulla pagina bianca di un documento Word: avanza, torna indietro, ci ripensa, tentenna, spera, agisce, riflette, gioisce, piange.

Lo stile dell’autrice è elegante e raffinato. Ricco di citazioni, che talvolta, non lo nego, mi hanno trovato alla sprovvista. Leggero e ironico.

Come detto, la storia di Camille si dipana bene, anche se, forse, si dilunga un po’, e forse è compressa in uno spazio troppo ristretto. Sembrerebbe un controsenso. Uhm… in effetti lo è, vediamo se riesco a spiegarmi.

Il libro ci racconta di Camille, da quando nasce, in pratica, fino alla soglia dei 40 anni. E poi, ci racconta di Daphne e di Pierre, di Sophie e dell’uomo dagli occhi di gatto, dei genitori di Camille e dei suoi coinquilini. Insomma, ci racconta di tante cose, di tanti personaggi, ma lo fa in uno spazio troppo breve, con la conseguenza che, a mio parere, l’autrice è stata costretta a correre, senza soffermarsi troppo su aneddoti e particolari, e senza approfondire i personaggi secondari.

Peraltro, si tratta di un’osservazione, questa, che avevo fatto anche ultimata la lettura del precedente romanzo di Laura, “Quando le poesie finiscono”. L’impressione che ho avuto in entrambi i casi è che l’autrice sia stata costretta a mantenersi entro un certo limite di caratteri e tuttavia le dispiacesse tralasciare qualcosa.

In ogni caso, sempre lodevoli sono i suoi sforzi di ricerca di qualcosa di originale e non scontato.

Non mancano i colpi di scena nella parte finale di CTRL+Z: proprio quando la narrazione rischia di appiattirsi, vengono in soccorso alcune buone trovate che permettono di concludere la lettura di slancio.

 

Genere: narrativa mainstream.

Tempo di lettura: un paio di sedute da un’ora ciascuna.

Valutazione: 7 palloncini su 10

Trilogia di New York, di Paul Auster

Trilogia di New York, di Paul Auster

 

“Trilogia di New York” è il primo libro di Auster che leggo.

Si tratta di tre romanzi brevi, o racconti lunghi, da alcuni definiti meta-polizieschi perché, partendo da uno spunto realistico, man mano che procede la storia si addentrano in situazioni paradossali e assurde. Tanto che i loro personaggi si interrogano costantemente sul proprio stato mentale: lucido o folle?

Il primo romanzo, intitolato “Città di vetro”, ha come protagonista Daniel Quinn, uno scrittore non troppo famoso che, tuttavia, riesce a vivere del proprio lavoro.

Nel cuore della notte, Quinn riceve una telefonata: qualcuno sta cercando il detective Paul Auster. Quinn allora assume l’identità del detective e inizia a indagare per conto di Virginia Stilmann, moglie di Peter Stilmann, la quale teme che il padre di quest’ultimo, anch’egli di nome Peter, uscito di prigione da poco, possa far del male al figlio.

Quinn le promette che farà in modo che non accada nulla a Peter Junior e inizia un’estenuante appostamento davanti all’albergo dove Peter Senior ha deciso di dimorare.

Dopo un po’, la storia perde le sue basi realistiche per affondarle, appunto, nell’assurdo di una situazione che fugge di mano al protagonista.

Il secondo romanzo, “Fantasmi”, narra del detective privato, Blue, che viene incaricato da White di tenere sotto controllo Black. Non gli vengono date spiegazioni, ma solo l’assicurazione che, se eseguirà con diligenza il proprio lavoro, riceverà un assegno settimanale. I pagamenti sono puntuali, ma ben presto Blue si rende conto che sotto ci deve essere qualcosa di losco. Inizia, quindi, un’indagine nell’indagine che, come nel romanzo precedente, approda a conclusioni paradossali.

Paul Auster, in virtù delle sue storie che hanno sempre diverse chiavi di lettura, è stato definito un esponente del post-modernismo.

Devo dire che questo suo primo libro non mi ha entusiasmato. Forse perché la soluzione delle storie rimane sempre sospesa tra simbolismo e paradosso, forse perché gli incipit tendono sempre a creare aspettative che, poi, inevitabilmente rimangono deluse, forse perché lo stesso stile di Auster è tale da farti credere di star leggendo un noir, un giallo o un hard-boiled, generi di cui poi il romanzo finisce col rompere gli schemi.

Tuttavia, devo riconoscere a Auster le abilità del grande narratore.

Nonostante i paradossi e le situazioni assurde in cui i suoi personaggi rimangono invischiati, Auster ha sempre la capacità di presentarli al lettore con estrema chiarezza, grazie a una prosa dal ritmo incalzante, elegante, piacevole da leggere.

Un altro punto a suo favore è la grande curiosità che la lettura delle sue storie suscita nel lettore la cui attenzione è comunque tenuta desta per tutta la durata della narrazione e anche oltre, perché, girata l’ultima pagina, letta l’ultima riga, si rimane lì, con il libro in mano e un’espressione ebete dipinta sul volto, a interrogarsi su cosa sia successo realmente e su quale significato possa avere ciò che abbiamo appena finito di leggere.

Questo era quello che più o meno avevo scritto dopo aver letto i primi due libri della trilogia, quando stavo apprestandomi a leggere il terzo.

Durante la lettura de “La camera chiusa”, però, mi è stato subito chiaro che il mio giudizio era destinato a modificarsi. L’ultimo romanzo, infatti, è di una bellezza appagante. Ma è sul finale che sono stato costretto a ribaltare il mio giudizio anche sui precedenti. Senza spoilerare alcunché, dico solo che la lettura del terzo romanzo è fondamentale per la comprensione dei primi due di cui costituisce un vero e proprio completamento.

Ecco di cosa parla “La camera chiusa”.

Il protagonista, che rimane senza nome fino alla fine, aveva un amico d’infanzia, Fanshawe. Un giorno, riceve una chiamata dalla moglie di quest’ultimo, la bella Sophie: viene a sapere che Fanshawe è scomparso lasciando una lettera in cui lo nomina “esecutore testamentario” dell’eredità: tre romanzi, diverse raccolte di poesie, cinque atti unici. Dovrà lui decidere se meritano di essere pubblicati. Gli scritti meritano eccome. In breve, il protagonista del libro si ritrova a frequentare la moglie di Fanshawe, a dividere con lei i guadagni derivanti dalla vendita dei diritti d’autore, a sposarla in seconde nozze, a vivere la vita che era dell’amico, da cui, però, inizia a essere assillato. Col pretesto di scriverne una biografia, indaga per cercare di scoprire dove si trovi. Sì, perché nel frattempo ha ricevuto una lettera in cui Fanshawe si dice felice di quanto accaduto, ammonendolo, però, di non cercarlo: in caso contrario, sarà costretto a ucciderlo.

Inizia, allora una nuova caccia all’uomo che, come nei due precedenti romanzi, porterà il protagonista a confrontarsi con vicende sempre più paradossali.

Come dicevo, i tre libri costituiscono un unicum indissolubile, anche se Auster li ha pubblicati in momenti differenti.

Dei tre, comunque, il primo è quello che m’è piaciuto di meno. Più che altro per via di alcune lunghe e noiose digressioni esplicative che ora, a lettura ultimata della trilogia, mi fanno chiedere se non mi sia perso qualcosa di importante.

Le tre storie, come detto, affondano le proprie radici nel mistero, per poi trarre linfa vitale da situazioni assurde, tanto che mi è venuto naturale accostare Auster a Edgar Allan Poe, autore, peraltro, citato più volte nella Trilogia. Di Poe, mi pare, Auster ha la capacità di sviscerare l’animo umano e di andare in profondità, in quei meandri dove si fa più labile la linea di confine tra lucidità e follia. Come in molti racconti di Poe, le storie progrediscono dall’interno di questi animi, regalando al lettore un senso di claustrofobica tensione, come se ci fosse sempre in sottofondo il battito del cuore rivelatore a scandire la discesa dei personaggi verso gli abissi dell’assurdo. Rispetto a Poe, Auster ha il merito di sviluppare una prosa originale e moderna, quasi sempre priva delle lunghe, e a volte noiose, digressioni tipiche del maestro dell’orrore, con l’eccezione, come detto, del primo romanzo.

Insomma, in definitiva Paul Auster è un grande scrittore, al servizio, secondo me, di storie che non sono per tutti. Ma di certo la Trilogia merita un voto alto.

Valutazione: 8,5 palloncini su 10.

LA RAGAZZA DEL TRENO di Paula Hawkins

LA RAGAZZA DEL TRENO di Paula Hawkins

 

“La ragazza del treno” è un romanzo di Paula Hawkins, scritto nel 2015, divenuto in breve un vero best seller con milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Vi dico subito che a me non ha fatto impazzire. Anzi.

Non è un libro particolarmente lungo; sono poco più di 300 pagine, ma nella mia percezione di lettore è come se ne avessi lette il doppio.

La trama è piuttosto semplice.

Rachel è una donna di 32 anni, divorziata da Tom, e con seri problemi di alcolismo. Mentre l’ex marito si è rifatto una vita con Anna, dalla quale ha anche avuto il tanto desiderato figlio, Rachel rimane imprigionata in un vortice di depressione e auto commiserazione. Viene licenziata, ma continua a prendere il treno ogni giorno, per far credere all’amica Cathy di avere ancora un lavoro. Durante questi viaggi, le piace guardare la vita fuori dal finestrino e in particolare quella perfetta di Jess e Jason, nomi da lei inventati di un uomo e una donna che si riveleranno essere Megan e Scott Hipwell. Durante uno di questi viaggi, Rachel si rende conto che la loro non è affatto una vita perfetta: vede Megan con un altro uomo. Qualche giorno dopo, la donna scompare. Rachel, allora, inizia a indagare, tra improbabili tentativi e vuoti di memoria che le impediscono di arrivare alla verità.

Il romanzo è narrato attraverso i punti di vista di Rachel, Anna e Megan che si alternano monotonamente e con voci che ben poco si differenziano l’una dall’altra.

Gran parte della storia è pervasa da quel senso di auto commiserazione che accompagna Rachel nei suoi stanchi giorni di accesa depressione e questo, anziché creare empatia con il personaggio, finisce col renderlo patetico. Di più: l’aura negativa di cui si circonda Rachel contagia anche Megan e Anna, tanto che non sono riuscito ad affezionarmi a nessuna delle tre.

A onor del vero, dopo i due terzi del romanzo, la storia si fa improvvisamente interessante. Merito del ritmo che subisce finalmente un’accelerazione, sebbene la conclusione fosse sin dall’inizio abbastanza prevedibile.

C’è poco altro da dire. Lo stile è semplice e lineare, il che sarebbe un bene, se la lettura non fosse oppressa da quel senso di auto commiserazione di cui parlavo prima e che lo rende inevitabilmente lento e pesante.

Purtroppo, nonostante il triplice punto di vista, le voci sembrano tutte uguali e si ha l’impressione che sia sempre Rachel a parlare, ma questo forse è un problema della traduzione che potrebbe non inficiare la versione originale.

In definitiva, il libro svolge il suo scopo di puro intrattenimento. Lo si legge in pochi giorni e sul finale crea una certa suspense. Ma nulla di più. Ben altri, a mio avviso, dovrebbero essere i best seller.

Valutazione: 5 palloncini su 10.

Rayuela o Il gioco del mondo di Julio Cortázar

Rayuela o Il gioco del mondo di Julio Cortázar

RAYUELA

di Julio Cortázar

 

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

 

Avevo già letto questo libro. Due volte. Diversi anni fa. Lo avevo trovato ostico, complicato, noioso. Non riuscivo a capirlo. E mi ero sempre portato dentro questo cruccio.

Poi, lo scorso 26 agosto, giorno del mio compleanno, scopro che è anche il giorno della nascita di Julio Cortázar. E il cruccio che si era assopito torna a farsi sentire.

Decido allora di riprendere il libro per la terza volta.

C’è un tempo per tutto, probabilmente è così. È una regola che a quanto pare vale anche per i libri.

Non pensate difatti di poter leggere Rayuela in un momento qualsiasi della vostra vita. Nel migliore dei casi, chiudereste il libro dopo i primi salti di capitoli e non ne vorreste più sentir parlare. Nel peggiore, andreste avanti come degli zombie che a ogni costo devono portare a termine il loro macabro pasto.

Per leggere Rayuela occorre che vi regaliate dei momenti (molti, moltissimi e tremendamente lenti) di solitudine. E che in tali momenti vi abbandoniate a una lettura ostica e disperata. Ma se riuscirete a farlo, ecco che il libro vi si paleserà in tutta la sua bellezza.

Un’altra cosa. Non abbiate la presunzione di voler capire tutto. Non è possibile. Io, perlomeno, non ci sono riuscito. Sono talmente tante le citazioni, tanti gli argomenti trattati — e tutti di alto livello e notevole difficoltà — che pretendere, o solamente sperare, di comprendere ogni cosa è un atto di presunzione che paghereste a caro prezzo.

Se volete un consiglio, affrontate il libro rigo dopo rigo, pagina dopo pagina. Evitate lo scontro diretto. Non fossilizzatevi sui singoli capitoli e aspettate di avere di Rayuela un visione d’insieme. Solo così, io ho potuto leggerlo. E goderne.

Rayuela, conosciuto anche con il titolo Il gioco del mondo è il romanzo più famoso di Julio Cortàzar ed è considerato per la letteratura ispano-americana ciò che l’Ulisse di Joyce è per la letteratura europea.

Sin dal principio, l’autore cerca di rompere gli schemi. Il libro infatti può essere letto in due modi: quello tradizionale, dalla prima pagina in poi, fino al capitolo 56, e quello proposto dall’autore, partendo cioè dal capitolo 76 e saltando di capitolo in capitolo secondo uno schema riportato all’inizio del libro e riproposto alla fine di ogni capitolo.

Nel primo caso, si lasciano fuori più di duecento pagine che, a questo punto, sarebbe abbastanza inutile leggere, perché risulterebbero quasi del tutto incomprensibili. Nel secondo caso, si salta unicamente il capitolo 55 che, però, viene riproposto, seppur in modo differente, in un altro capitolo.

Tutto il romanzo è incentrato sulla figura estremamente complessa di Horacio Oliveira, un argentino emigrato a Parigi.

Horacio ha una relazione con Lucia, uruguaiana, anch’essa emigrata, che lui chiama la Maga. La prima parte del libro ruota attorno a questa relazione, tra chiacchierate filosofiche e letterarie, musica jazz, aneddoti grotteschi e drammatici.

La Maga è un personaggio molto singolare: come detto, è originaria dell’Uruguay e ha un figlio che chiama Rocamadour. Sin da subito è chiaro che non è adatta a fare la madre. Lucia è adatta solo a fare la Maga.

Per di più, l’oggetto del desiderio fisico e intellettuale di Oliveira è tanto vicino fisicamente, quanto lontano intellettualmente. La donna appare infatti inadeguata ai discorsi che l’uomo tiene coi suoi amici colti. Ha sempre bisogno di una seconda spiegazione, e nonostante la buona volontà dà sempre l’impressione di non riuscire ad afferrare qualcosa. Pur tuttavia, è chiaro a chiunque che solo lei, così lenta nell’afferrare i principi della filosofia, della fisica, della letteratura e della pittura, è in grado affrontare la vita con una leggerezza e una sospensione di incredulità tipica dei bambini. Ed è proprio questa caratteristica a renderla irraggiungibile.

La Maga è l’unica, per usare la metafora di Cortazàr, in grado di giocare al gioco del Mondo. Di spostare dunque con leggiadria il sassolino da una casella all’altra e di raggiungere il Cielo mentre tutti gli altri sono pesantemente ancorati a Terra.

Nella seconda parte del romanzo, Horacio fa ritorno in patria e inizia a vivere con un suo vecchio amico, Traveler, e la moglie di questi, Talita, che sin dal principio gli ricorda la Maga (nel frattempo scomparsa chissà dove). Il continuo vaneggiamento masochistico di Horacio — pericoloso per sé e per chi gli sta attorno — lo condurrà presto a uno stato di lucida follia dal quale non riuscirà a riprendersi.

Tutto questo è inoltre condito da citazioni, appunti, poesie, versi e trascrizioni che devono essere visti come il tentativo di Cortàzar (per mezzo del suo alter ego, lo scrittore Morelli, personaggio di fantasia), di rivoluzionare la letteratura e di dar vita a una nuova creatura che rigetti ogni compromesso letterario con il lettore. Come la Maga, anche questo tipo di letteratura è tanto vicino quanto irraggiungibile, perché forse non può essere compreso, ma soltanto vissuto.

La Maga, Talita e la Letteratura rappresentano il Cielo, ovvero l’ultima casella del gioco del mondo, che Horacio non può fare altro che ammirare dal luogo in sui si trova, ovvero dalla prima casella, la Terra. Dalla quale non riesce staccarsi.

 

Insomma, a mio parere un grande romanzo. Merita un voto alto, 8 palloncini su 10.

Non mi sento di dargli di più a causa forse dei miei limiti, che non mi hanno permesso di comprenderlo a pieno.

Magari arriverà anche il tempo della quarta lettura, chissà.

La cattedrale del mare

La cattedrale del mare

 

LA CATTEDRALE DEL MARE

di Ildefonso Falcones

 

Valutazione: 6 palloncini su 10

 

Non è che abbia granché voglia di scrivere questa recensione. Avrei preferito bollare il romanzo di Falcones con quattro parole e chiuderla lì, ma siccome abbiamo deciso di creare questa sezione del blog dedicata ai libri degli altri (qui, per esempio, la recensione di Maus), mi ci devo impegnare. Almeno un poco.

Se non avevo una gran voglia di recensirlo è perché, in fondo, non mi è piaciuto del tutto.

Ma partiamo dall’inizio.

La Cattedrale del Mare è il best seller che ha dato fama mondiale (un po’ tardiva, ma per sua fortuna non postuma) a Idelfonso Falcones, avvocato spagnolo che vive ed esercita la professione a Barcellona.

È un romanzo storico ambientato durante il XIV secolo proprio a Barcellona, ed è intriso, a tratti, delle idee separatiste che stanno tanto animando le discussioni politiche spagnole di questi giorni (ai primi di ottobre sarebbe previsto il referendum per separare la Catalogna dal resto della Spagna, ma, stando alle ultime notizie, non è del tutto sicuro che si tenga).

Inoltre, è diviso in quattro grandi periodi, ognuno dei quali è connotato dalla parola “servi”, perché, tutti i suoi personaggi, e soprattutto quelli principali, sono in qualche modo servi di qualcosa: della gleba, della nobiltà, della passione e del destino.

La storia trae origine da una vicenda drammatica: durante le nozze di Bernat Estanyol, il conte della zona reclama e ottiene di soddisfare lo ius primae noctis e, in pratica, violenta la sposa, la bella Francesca, la quale non si riavrà più e cadrà in disgrazia. Bernat decide di fuggire assieme al figlio, nato di lì a poco, il quale, per via del caratteristico neo della famiglia, si rivela con certezza suo discendente.

Inizia quindi una lunga, lunghissima storia incentrata principalmente sulla figura di Arnau, il figlio di Bernat, che vediamo dapprima bambino, poi adulto dai sanissimi principi, buono e giusto con tutti. Assistiamo alla sua ascesa, alla sua discesa e nuovamente alla sua ascesa, neanche fossimo sulle montagne russe.

Il romanzo, come dicevo, non mi è piaciuto del tutto. All’inizio, in particolare, ho fatto una fatica tremenda a portare avanti la lettura, e la consapevolezza di avere quasi 700 pagine davanti mi gettava in depressione un rigo dopo l’altro.

L’aspetto che principalmente non sopportavo era il taglio netto con cui sono stati tratteggiati i personaggi, che si presentavano o perfidi e immotivatamente cattivi, o irrimediabilmente e noiosamente buoni.

Le cose iniziano a cambiare intorno a pagina 300 (eh, sì, avete capito bene: sono dovuto arrivare quasi a metà libro per cominciare ad apprezzarlo), e in particolare con il capitolo che tratta della diffusione della peste. A quel punto, molti personaggi iniziano a svelare il proprio carattere e le motivazioni alla base delle loro scelte. Il ritmo si fa incalzante e si riescono a leggere anche cento pagine in un paio d’ore con un certo entusiasmo.

Entusiasmo che sfuma troppo presto però, perché sul finire (ma siamo ancora a più di 100 pagine dalla parola fine) la storia torna a essere irritante. La trama, ingegnosamente ingarbugliata fino a quel momento, viene dissolta in un amen attraverso l’intervento del classico deus ex machina.

Non è proprio così, in effetti: a onor del vero ci sono anche alcuni risvolti molto interessanti, seminati in precedenza e raccolti con maestria sul finale. Il vero problema è che tutto si risolve in maniera troppo semplice e rapida, soprattutto in considerazione di quanto era stata complicata la matassa.

Per quanto mi riguarda, infine, devo ammettere che sulla valutazione di questo romanzo ha influito molto l’impari confronto con I pilastri della terra, il capolavoro di Ken Follet cui La cattedrale del mare ambisce avvicinarsi, ma che al suo cospetto impallidisce miseramente.

Un’ultima cosa mi ha fatto storcere il naso. Alla fine del libro c’è un’appendice con la quale l’autore (bontà sua) elenca al lettore tutte le ricerche storiche che sono alla base del libro. Tale appendice arricchisce il libro e indubbiamente gli dà una certa solidità storica. D’altro canto, leggendola, induce a pensare che gran parte (per non dire tutte!) delle invenzioni narrative che si possono apprezzare nel corso della lettura non siano altro che una trasposizione romanzata di fatti, leggi e aneddoti realmente accaduti. Al punto (estremo) di sospettare che l’unico intervento che abbia operato Falcones è quello di aver cambiato i nomi dei personaggi coinvolti.

Insomma, si sarà capito: alla fine è un romanzo che non mi ha soddisfatto in pieno, sebbene debba ammettere che mi ha regalato momenti di indubbio godimento letterario.

Non penso proprio che ne leggerò il seguito. A meno che non mi venga regalato, come del resto è già successo con La Cattedrale.

Alla fin fin, credo comunque che meriti la sufficienza: 6 palloncini su 10.

MAUS

MAUS

Maus, di Art Spigelman

MAUS

di Art Spiegelman

 

Valutazione: 9 palloncini su 10

 

Ho avuto tra le mani questo fumetto almeno un paio di volte in passato, senza che scoccasse la scintilla che mi facesse pensare: devo leggerlo ergo devo comprarlo. (Eh sì, perché da buon feticista dei libri non sopporto di leggere libri che non possiedo.)

La prima volta è stata alcuni anni fa. Ero a casa di Marco, l’altro Criminale in Trappola, e stavo per mettermi a letto dopo aver sbirciato tra i suoi libri. Lui mi porge il volume e mi fa: “Leggi questo. Non leggo fumetti di solito, ma questo l’ho trovato molto bello”. Sfogliai qualche pagina controvoglia e poi caddi in un sonno profondo.

La seconda volta, più di recente, è successo dentro una libreria mentre gironzolavo per scegliere un regalo. Sappiatelo: io regalo solo libri! Purtroppo non sempre i destinatari del regalo sono accaniti lettori, ma in quel caso mi convinsi che Maus potesse essere un buon compromesso e lo presi. Non so, in effetti, se è stato poi letto; dovrò indagare.

Infine, ecco scoccare la scintilla.

Un paio di settimane fa mi si visualizza nella mente l’immagine della copertina (questi due topi con occhietti spauriti che si stagliano davanti a una svastica felina) e non mi si toglie più finché non vado a comprare il libro. Se esiste una sorta di futuristica ipnosi a distanza, ne sono stata vittima.

Comunque, ipnosi o no, in una manciata di giorni lo leggo.

Ecco, la prima cosa che mi viene in mente è che Maus non ha niente a che fare con la letteratura.

La storia procede senza ritmo, in maniera lenta e con frequenti ridondanze; la scrittura è pesante e a volte didascalica. A ben vedere, forse Maus non ha niente a che fare neanche col fumetto. Per lo meno col fumetto cui ero abituato io: i disegni sono sporchi, privi di dettagli, quasi solo abbozzati; i personaggi sono tutti uguali, impossibili da distinguere se non quando vengono chiamati per nome da altri personaggi.

La verità è che Maus ha a che fare con la vita.

L’opera è autobiografica. L’autore stesso è uno dei personaggi: Art è un giovane fumettista che decide di raccontare la storia del padre Vladek, un ebreo reduce dai campi di concentramento e sopravvissuto all’orrore nazista.

I personaggi dell’opera non hanno forma umana. Sono rappresentati come animali, secondo una distinzione sociale ben definita: gli ebrei sono topi (Maus in tedesco significa “topo”. Inoltre, il “Panzer VIII Maus” era un carro armato tedesco della Seconda Guerra Mondiale); i nazisti, naturalmente, sono gatti; i polacchi sono maiali, i francesi rane, gli americani cani.

Quando ho visto questi topolini indossare la maschera di gatti o di maiali (rappresentazione grafica dell’essere riusciti a ottenere documenti di identità falsi) e, in questo modo, passare inosservati ai loro aguzzini, ho capito la grandezza di Maus: l’orrore della vita racchiuso in un “semplice” fumetto.

Da un certo punto di vista tutto ciò potrebbe suonare blasfemo. Del resto, lo stesso Spigelman, durante la stesura dell’opera, fu tormentato dal timore di mancare di rispetto alle tante vittime dell’Olocausto con un’opera inadeguata: il fumetto infatti potrebbe sembrare uno strumento troppo riduttivo per essere applicato a una tematica così grave e importante. Ma questo (pre) giudizio viene completamente ribaltato dalla lettura di Maus. Anzi, quello che davvero succede è che il fumetto, con la sua semplicità, la sua grazia, le sue dinamiche, la sua poesia, funge da cassa da risonanza alle tragiche vicende vissute dal popolo ebraico.

E tu ti ritrovi a sfogliare le pagine e a soffrire assieme a questi topolini che cercano solo di sopravvivere. Finisci con l’affezionarti a un animale che, tipicamente, non è fatto per suscitare emozioni positive. Lo stesso Spiegelman lo ha scelto perché emblema della paura, del ribrezzo, perché ha voluto gridare a tutto il mondo come l’orrore nazista sia stato capace di ridurre esseri umani a bestie sporche e affamate.

Ecco che allora Maus ha sì a che fare con il fumetto, perché alla base c’è una scelta, coraggiosa e ben precisa, di condurre uno stile coerente con il processo allegorico avviato, di rappresentare la vita senza fronzoli, perché in quel periodo la vita degli ebrei era così.

Ma la vita bisogna avere il coraggio e il talento di raccontarla. E allora Maus ha a che fare anche con la letteratura. E con la grande, grandissima letteratura. Perché Maus è una storia bellissima che, nella sua lenta, ma inesorabile quotidianità ti prende per mano e ti conduce dalle case sfarzose delle prime tavole ai tuguri stretti e sporchi dei nascondigli, ai gretti e inumani lager, alle camere a gas, ai forni crematori, fino in fondo alle fosse comuni.

I topolini venivano messi in queste camere pulite e ordinate per fare la doccia. Dalle docce però non usciva acqua ma un insetticida, lo Zyklon B, che poteva procurare la morte in 3 minuti o in 30. Nella maggior parte dei casi, non era lo Zyklon a uccidere, ma il panico che si generava e che portava le persone ammassate a calpestarsi a vicenda. Quando i nazisti dovevano ripulire la doccia, si ritrovavano un mucchio di corpi, uno sopra l’altro: in alto, i più forti, in basso, i vecchi e i bambini, morti schiacciati, soffocati. Gli arti slogati, le dita delle mani rotte a forza di grattare sulle pareti per cercare una via di fuga. I graffi sulla porta, dove maggiore era il numero di corpi accalcati.

Ecco, in fin dei conti, cos’è davvero Maus: una intensa, terrificante esperienza di vita.

Valutazione: 9/10

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