Un segreto ben custodito

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Trilogia di New York, di Paul Auster

Trilogia di New York, di Paul Auster

 

“Trilogia di New York” è il primo libro di Auster che leggo.

Si tratta di tre romanzi brevi, o racconti lunghi, da alcuni definiti meta-polizieschi perché, partendo da uno spunto realistico, man mano che procede la storia si addentrano in situazioni paradossali e assurde. Tanto che i loro personaggi si interrogano costantemente sul proprio stato mentale: lucido o folle?

Il primo romanzo, intitolato “Città di vetro”, ha come protagonista Daniel Quinn, uno scrittore non troppo famoso che, tuttavia, riesce a vivere del proprio lavoro.

Nel cuore della notte, Quinn riceve una telefonata: qualcuno sta cercando il detective Paul Auster. Quinn allora assume l’identità del detective e inizia a indagare per conto di Virginia Stilmann, moglie di Peter Stilmann, la quale teme che il padre di quest’ultimo, anch’egli di nome Peter, uscito di prigione da poco, possa far del male al figlio.

Quinn le promette che farà in modo che non accada nulla a Peter Junior e inizia un’estenuante appostamento davanti all’albergo dove Peter Senior ha deciso di dimorare.

Dopo un po’, la storia perde le sue basi realistiche per affondarle, appunto, nell’assurdo di una situazione che fugge di mano al protagonista.

Il secondo romanzo, “Fantasmi”, narra del detective privato, Blue, che viene incaricato da White di tenere sotto controllo Black. Non gli vengono date spiegazioni, ma solo l’assicurazione che, se eseguirà con diligenza il proprio lavoro, riceverà un assegno settimanale. I pagamenti sono puntuali, ma ben presto Blue si rende conto che sotto ci deve essere qualcosa di losco. Inizia, quindi, un’indagine nell’indagine che, come nel romanzo precedente, approda a conclusioni paradossali.

Paul Auster, in virtù delle sue storie che hanno sempre diverse chiavi di lettura, è stato definito un esponente del post-modernismo.

Devo dire che questo suo primo libro non mi ha entusiasmato. Forse perché la soluzione delle storie rimane sempre sospesa tra simbolismo e paradosso, forse perché gli incipit tendono sempre a creare aspettative che, poi, inevitabilmente rimangono deluse, forse perché lo stesso stile di Auster è tale da farti credere di star leggendo un noir, un giallo o un hard-boiled, generi di cui poi il romanzo finisce col rompere gli schemi.

Tuttavia, devo riconoscere a Auster le abilità del grande narratore.

Nonostante i paradossi e le situazioni assurde in cui i suoi personaggi rimangono invischiati, Auster ha sempre la capacità di presentarli al lettore con estrema chiarezza, grazie a una prosa dal ritmo incalzante, elegante, piacevole da leggere.

Un altro punto a suo favore è la grande curiosità che la lettura delle sue storie suscita nel lettore la cui attenzione è comunque tenuta desta per tutta la durata della narrazione e anche oltre, perché, girata l’ultima pagina, letta l’ultima riga, si rimane lì, con il libro in mano e un’espressione ebete dipinta sul volto, a interrogarsi su cosa sia successo realmente e su quale significato possa avere ciò che abbiamo appena finito di leggere.

Questo era quello che più o meno avevo scritto dopo aver letto i primi due libri della trilogia, quando stavo apprestandomi a leggere il terzo.

Durante la lettura de “La camera chiusa”, però, mi è stato subito chiaro che il mio giudizio era destinato a modificarsi. L’ultimo romanzo, infatti, è di una bellezza appagante. Ma è sul finale che sono stato costretto a ribaltare il mio giudizio anche sui precedenti. Senza spoilerare alcunché, dico solo che la lettura del terzo romanzo è fondamentale per la comprensione dei primi due di cui costituisce un vero e proprio completamento.

Ecco di cosa parla “La camera chiusa”.

Il protagonista, che rimane senza nome fino alla fine, aveva un amico d’infanzia, Fanshawe. Un giorno, riceve una chiamata dalla moglie di quest’ultimo, la bella Sophie: viene a sapere che Fanshawe è scomparso lasciando una lettera in cui lo nomina “esecutore testamentario” dell’eredità: tre romanzi, diverse raccolte di poesie, cinque atti unici. Dovrà lui decidere se meritano di essere pubblicati. Gli scritti meritano eccome. In breve, il protagonista del libro si ritrova a frequentare la moglie di Fanshawe, a dividere con lei i guadagni derivanti dalla vendita dei diritti d’autore, a sposarla in seconde nozze, a vivere la vita che era dell’amico, da cui, però, inizia a essere assillato. Col pretesto di scriverne una biografia, indaga per cercare di scoprire dove si trovi. Sì, perché nel frattempo ha ricevuto una lettera in cui Fanshawe si dice felice di quanto accaduto, ammonendolo, però, di non cercarlo: in caso contrario, sarà costretto a ucciderlo.

Inizia, allora una nuova caccia all’uomo che, come nei due precedenti romanzi, porterà il protagonista a confrontarsi con vicende sempre più paradossali.

Come dicevo, i tre libri costituiscono un unicum indissolubile, anche se Auster li ha pubblicati in momenti differenti.

Dei tre, comunque, il primo è quello che m’è piaciuto di meno. Più che altro per via di alcune lunghe e noiose digressioni esplicative che ora, a lettura ultimata della trilogia, mi fanno chiedere se non mi sia perso qualcosa di importante.

Le tre storie, come detto, affondano le proprie radici nel mistero, per poi trarre linfa vitale da situazioni assurde, tanto che mi è venuto naturale accostare Auster a Edgar Allan Poe, autore, peraltro, citato più volte nella Trilogia. Di Poe, mi pare, Auster ha la capacità di sviscerare l’animo umano e di andare in profondità, in quei meandri dove si fa più labile la linea di confine tra lucidità e follia. Come in molti racconti di Poe, le storie progrediscono dall’interno di questi animi, regalando al lettore un senso di claustrofobica tensione, come se ci fosse sempre in sottofondo il battito del cuore rivelatore a scandire la discesa dei personaggi verso gli abissi dell’assurdo. Rispetto a Poe, Auster ha il merito di sviluppare una prosa originale e moderna, quasi sempre priva delle lunghe, e a volte noiose, digressioni tipiche del maestro dell’orrore, con l’eccezione, come detto, del primo romanzo.

Insomma, in definitiva Paul Auster è un grande scrittore, al servizio, secondo me, di storie che non sono per tutti. Ma di certo la Trilogia merita un voto alto.

Valutazione: 8,5 palloncini su 10.

LA RAGAZZA DEL TRENO di Paula Hawkins

LA RAGAZZA DEL TRENO di Paula Hawkins

 

“La ragazza del treno” è un romanzo di Paula Hawkins, scritto nel 2015, divenuto in breve un vero best seller con milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Vi dico subito che a me non ha fatto impazzire. Anzi.

Non è un libro particolarmente lungo; sono poco più di 300 pagine, ma nella mia percezione di lettore è come se ne avessi lette il doppio.

La trama è piuttosto semplice.

Rachel è una donna di 32 anni, divorziata da Tom, e con seri problemi di alcolismo. Mentre l’ex marito si è rifatto una vita con Anna, dalla quale ha anche avuto il tanto desiderato figlio, Rachel rimane imprigionata in un vortice di depressione e auto commiserazione. Viene licenziata, ma continua a prendere il treno ogni giorno, per far credere all’amica Cathy di avere ancora un lavoro. Durante questi viaggi, le piace guardare la vita fuori dal finestrino e in particolare quella perfetta di Jess e Jason, nomi da lei inventati di un uomo e una donna che si riveleranno essere Megan e Scott Hipwell. Durante uno di questi viaggi, Rachel si rende conto che la loro non è affatto una vita perfetta: vede Megan con un altro uomo. Qualche giorno dopo, la donna scompare. Rachel, allora, inizia a indagare, tra improbabili tentativi e vuoti di memoria che le impediscono di arrivare alla verità.

Il romanzo è narrato attraverso i punti di vista di Rachel, Anna e Megan che si alternano monotonamente e con voci che ben poco si differenziano l’una dall’altra.

Gran parte della storia è pervasa da quel senso di auto commiserazione che accompagna Rachel nei suoi stanchi giorni di accesa depressione e questo, anziché creare empatia con il personaggio, finisce col renderlo patetico. Di più: l’aura negativa di cui si circonda Rachel contagia anche Megan e Anna, tanto che non sono riuscito ad affezionarmi a nessuna delle tre.

A onor del vero, dopo i due terzi del romanzo, la storia si fa improvvisamente interessante. Merito del ritmo che subisce finalmente un’accelerazione, sebbene la conclusione fosse sin dall’inizio abbastanza prevedibile.

C’è poco altro da dire. Lo stile è semplice e lineare, il che sarebbe un bene, se la lettura non fosse oppressa da quel senso di auto commiserazione di cui parlavo prima e che lo rende inevitabilmente lento e pesante.

Purtroppo, nonostante il triplice punto di vista, le voci sembrano tutte uguali e si ha l’impressione che sia sempre Rachel a parlare, ma questo forse è un problema della traduzione che potrebbe non inficiare la versione originale.

In definitiva, il libro svolge il suo scopo di puro intrattenimento. Lo si legge in pochi giorni e sul finale crea una certa suspense. Ma nulla di più. Ben altri, a mio avviso, dovrebbero essere i best seller.

Valutazione: 5 palloncini su 10.

Un segreto ben custodito – Il booktrailer

Un segreto ben custodito – Il booktrailer

Un segreto ben custodito, di Caudullo&Facchini

Vi arrendereste all’idea che vostro padre si è suicidato senza un valido motivo?
Chi poteva avercela con il direttore di una piccola agenzia bancaria di provincia?
E se tutti tentassero di convincervi che non c’è nulla da indagare, voi vi rassegnereste?
Ma se vostro padre risultasse uno sconosciuto persino per voi?

Rayuela o Il gioco del mondo di Julio Cortázar

Rayuela o Il gioco del mondo di Julio Cortázar

RAYUELA

di Julio Cortázar

 

 

Valutazione: 8 palloncini su 10

 

 

Avevo già letto questo libro. Due volte. Diversi anni fa. Lo avevo trovato ostico, complicato, noioso. Non riuscivo a capirlo. E mi ero sempre portato dentro questo cruccio.

Poi, lo scorso 26 agosto, giorno del mio compleanno, scopro che è anche il giorno della nascita di Julio Cortázar. E il cruccio che si era assopito torna a farsi sentire.

Decido allora di riprendere il libro per la terza volta.

C’è un tempo per tutto, probabilmente è così. È una regola che a quanto pare vale anche per i libri.

Non pensate difatti di poter leggere Rayuela in un momento qualsiasi della vostra vita. Nel migliore dei casi, chiudereste il libro dopo i primi salti di capitoli e non ne vorreste più sentir parlare. Nel peggiore, andreste avanti come degli zombie che a ogni costo devono portare a termine il loro macabro pasto.

Per leggere Rayuela occorre che vi regaliate dei momenti (molti, moltissimi e tremendamente lenti) di solitudine. E che in tali momenti vi abbandoniate a una lettura ostica e disperata. Ma se riuscirete a farlo, ecco che il libro vi si paleserà in tutta la sua bellezza.

Un’altra cosa. Non abbiate la presunzione di voler capire tutto. Non è possibile. Io, perlomeno, non ci sono riuscito. Sono talmente tante le citazioni, tanti gli argomenti trattati — e tutti di alto livello e notevole difficoltà — che pretendere, o solamente sperare, di comprendere ogni cosa è un atto di presunzione che paghereste a caro prezzo.

Se volete un consiglio, affrontate il libro rigo dopo rigo, pagina dopo pagina. Evitate lo scontro diretto. Non fossilizzatevi sui singoli capitoli e aspettate di avere di Rayuela un visione d’insieme. Solo così, io ho potuto leggerlo. E goderne.

Rayuela, conosciuto anche con il titolo Il gioco del mondo è il romanzo più famoso di Julio Cortàzar ed è considerato per la letteratura ispano-americana ciò che l’Ulisse di Joyce è per la letteratura europea.

Sin dal principio, l’autore cerca di rompere gli schemi. Il libro infatti può essere letto in due modi: quello tradizionale, dalla prima pagina in poi, fino al capitolo 56, e quello proposto dall’autore, partendo cioè dal capitolo 76 e saltando di capitolo in capitolo secondo uno schema riportato all’inizio del libro e riproposto alla fine di ogni capitolo.

Nel primo caso, si lasciano fuori più di duecento pagine che, a questo punto, sarebbe abbastanza inutile leggere, perché risulterebbero quasi del tutto incomprensibili. Nel secondo caso, si salta unicamente il capitolo 55 che, però, viene riproposto, seppur in modo differente, in un altro capitolo.

Tutto il romanzo è incentrato sulla figura estremamente complessa di Horacio Oliveira, un argentino emigrato a Parigi.

Horacio ha una relazione con Lucia, uruguaiana, anch’essa emigrata, che lui chiama la Maga. La prima parte del libro ruota attorno a questa relazione, tra chiacchierate filosofiche e letterarie, musica jazz, aneddoti grotteschi e drammatici.

La Maga è un personaggio molto singolare: come detto, è originaria dell’Uruguay e ha un figlio che chiama Rocamadour. Sin da subito è chiaro che non è adatta a fare la madre. Lucia è adatta solo a fare la Maga.

Per di più, l’oggetto del desiderio fisico e intellettuale di Oliveira è tanto vicino fisicamente, quanto lontano intellettualmente. La donna appare infatti inadeguata ai discorsi che l’uomo tiene coi suoi amici colti. Ha sempre bisogno di una seconda spiegazione, e nonostante la buona volontà dà sempre l’impressione di non riuscire ad afferrare qualcosa. Pur tuttavia, è chiaro a chiunque che solo lei, così lenta nell’afferrare i principi della filosofia, della fisica, della letteratura e della pittura, è in grado affrontare la vita con una leggerezza e una sospensione di incredulità tipica dei bambini. Ed è proprio questa caratteristica a renderla irraggiungibile.

La Maga è l’unica, per usare la metafora di Cortazàr, in grado di giocare al gioco del Mondo. Di spostare dunque con leggiadria il sassolino da una casella all’altra e di raggiungere il Cielo mentre tutti gli altri sono pesantemente ancorati a Terra.

Nella seconda parte del romanzo, Horacio fa ritorno in patria e inizia a vivere con un suo vecchio amico, Traveler, e la moglie di questi, Talita, che sin dal principio gli ricorda la Maga (nel frattempo scomparsa chissà dove). Il continuo vaneggiamento masochistico di Horacio — pericoloso per sé e per chi gli sta attorno — lo condurrà presto a uno stato di lucida follia dal quale non riuscirà a riprendersi.

Tutto questo è inoltre condito da citazioni, appunti, poesie, versi e trascrizioni che devono essere visti come il tentativo di Cortàzar (per mezzo del suo alter ego, lo scrittore Morelli, personaggio di fantasia), di rivoluzionare la letteratura e di dar vita a una nuova creatura che rigetti ogni compromesso letterario con il lettore. Come la Maga, anche questo tipo di letteratura è tanto vicino quanto irraggiungibile, perché forse non può essere compreso, ma soltanto vissuto.

La Maga, Talita e la Letteratura rappresentano il Cielo, ovvero l’ultima casella del gioco del mondo, che Horacio non può fare altro che ammirare dal luogo in sui si trova, ovvero dalla prima casella, la Terra. Dalla quale non riesce staccarsi.

 

Insomma, a mio parere un grande romanzo. Merita un voto alto, 8 palloncini su 10.

Non mi sento di dargli di più a causa forse dei miei limiti, che non mi hanno permesso di comprenderlo a pieno.

Magari arriverà anche il tempo della quarta lettura, chissà.

La cattedrale del mare

La cattedrale del mare

 

LA CATTEDRALE DEL MARE

di Ildefonso Falcones

 

Valutazione: 6 palloncini su 10

 

Non è che abbia granché voglia di scrivere questa recensione. Avrei preferito bollare il romanzo di Falcones con quattro parole e chiuderla lì, ma siccome abbiamo deciso di creare questa sezione del blog dedicata ai libri degli altri (qui, per esempio, la recensione di Maus), mi ci devo impegnare. Almeno un poco.

Se non avevo una gran voglia di recensirlo è perché, in fondo, non mi è piaciuto del tutto.

Ma partiamo dall’inizio.

La Cattedrale del Mare è il best seller che ha dato fama mondiale (un po’ tardiva, ma per sua fortuna non postuma) a Idelfonso Falcones, avvocato spagnolo che vive ed esercita la professione a Barcellona.

È un romanzo storico ambientato durante il XIV secolo proprio a Barcellona, ed è intriso, a tratti, delle idee separatiste che stanno tanto animando le discussioni politiche spagnole di questi giorni (ai primi di ottobre sarebbe previsto il referendum per separare la Catalogna dal resto della Spagna, ma, stando alle ultime notizie, non è del tutto sicuro che si tenga).

Inoltre, è diviso in quattro grandi periodi, ognuno dei quali è connotato dalla parola “servi”, perché, tutti i suoi personaggi, e soprattutto quelli principali, sono in qualche modo servi di qualcosa: della gleba, della nobiltà, della passione e del destino.

La storia trae origine da una vicenda drammatica: durante le nozze di Bernat Estanyol, il conte della zona reclama e ottiene di soddisfare lo ius primae noctis e, in pratica, violenta la sposa, la bella Francesca, la quale non si riavrà più e cadrà in disgrazia. Bernat decide di fuggire assieme al figlio, nato di lì a poco, il quale, per via del caratteristico neo della famiglia, si rivela con certezza suo discendente.

Inizia quindi una lunga, lunghissima storia incentrata principalmente sulla figura di Arnau, il figlio di Bernat, che vediamo dapprima bambino, poi adulto dai sanissimi principi, buono e giusto con tutti. Assistiamo alla sua ascesa, alla sua discesa e nuovamente alla sua ascesa, neanche fossimo sulle montagne russe.

Il romanzo, come dicevo, non mi è piaciuto del tutto. All’inizio, in particolare, ho fatto una fatica tremenda a portare avanti la lettura, e la consapevolezza di avere quasi 700 pagine davanti mi gettava in depressione un rigo dopo l’altro.

L’aspetto che principalmente non sopportavo era il taglio netto con cui sono stati tratteggiati i personaggi, che si presentavano o perfidi e immotivatamente cattivi, o irrimediabilmente e noiosamente buoni.

Le cose iniziano a cambiare intorno a pagina 300 (eh, sì, avete capito bene: sono dovuto arrivare quasi a metà libro per cominciare ad apprezzarlo), e in particolare con il capitolo che tratta della diffusione della peste. A quel punto, molti personaggi iniziano a svelare il proprio carattere e le motivazioni alla base delle loro scelte. Il ritmo si fa incalzante e si riescono a leggere anche cento pagine in un paio d’ore con un certo entusiasmo.

Entusiasmo che sfuma troppo presto però, perché sul finire (ma siamo ancora a più di 100 pagine dalla parola fine) la storia torna a essere irritante. La trama, ingegnosamente ingarbugliata fino a quel momento, viene dissolta in un amen attraverso l’intervento del classico deus ex machina.

Non è proprio così, in effetti: a onor del vero ci sono anche alcuni risvolti molto interessanti, seminati in precedenza e raccolti con maestria sul finale. Il vero problema è che tutto si risolve in maniera troppo semplice e rapida, soprattutto in considerazione di quanto era stata complicata la matassa.

Per quanto mi riguarda, infine, devo ammettere che sulla valutazione di questo romanzo ha influito molto l’impari confronto con I pilastri della terra, il capolavoro di Ken Follet cui La cattedrale del mare ambisce avvicinarsi, ma che al suo cospetto impallidisce miseramente.

Un’ultima cosa mi ha fatto storcere il naso. Alla fine del libro c’è un’appendice con la quale l’autore (bontà sua) elenca al lettore tutte le ricerche storiche che sono alla base del libro. Tale appendice arricchisce il libro e indubbiamente gli dà una certa solidità storica. D’altro canto, leggendola, induce a pensare che gran parte (per non dire tutte!) delle invenzioni narrative che si possono apprezzare nel corso della lettura non siano altro che una trasposizione romanzata di fatti, leggi e aneddoti realmente accaduti. Al punto (estremo) di sospettare che l’unico intervento che abbia operato Falcones è quello di aver cambiato i nomi dei personaggi coinvolti.

Insomma, si sarà capito: alla fine è un romanzo che non mi ha soddisfatto in pieno, sebbene debba ammettere che mi ha regalato momenti di indubbio godimento letterario.

Non penso proprio che ne leggerò il seguito. A meno che non mi venga regalato, come del resto è già successo con La Cattedrale.

Alla fin fin, credo comunque che meriti la sufficienza: 6 palloncini su 10.

Intervista ad Attilio Facchini

Intervista ad Attilio Facchini

 

Attilio Facchini, intervistato da TG24.info, ha parlato del progetto editoriale dei Criminali in trappola e del romanzo Un segreto ben custodito, edito da Libromania.

Avevate mai sentito parlare di soft boiled?

Intanto, in attesa dell’imminente uscita del cortometraggio che farà da booktrailer al libro, vi lasciamo tre brevissime pillole.

E la lettura di un brano tratto dal romanzo.

 

MAUS

MAUS

Maus, di Art Spigelman

MAUS

di Art Spiegelman

 

Valutazione: 9 palloncini su 10

 

Ho avuto tra le mani questo fumetto almeno un paio di volte in passato, senza che scoccasse la scintilla che mi facesse pensare: devo leggerlo ergo devo comprarlo. (Eh sì, perché da buon feticista dei libri non sopporto di leggere libri che non possiedo.)

La prima volta è stata alcuni anni fa. Ero a casa di Marco, l’altro Criminale in Trappola, e stavo per mettermi a letto dopo aver sbirciato tra i suoi libri. Lui mi porge il volume e mi fa: “Leggi questo. Non leggo fumetti di solito, ma questo l’ho trovato molto bello”. Sfogliai qualche pagina controvoglia e poi caddi in un sonno profondo.

La seconda volta, più di recente, è successo dentro una libreria mentre gironzolavo per scegliere un regalo. Sappiatelo: io regalo solo libri! Purtroppo non sempre i destinatari del regalo sono accaniti lettori, ma in quel caso mi convinsi che Maus potesse essere un buon compromesso e lo presi. Non so, in effetti, se è stato poi letto; dovrò indagare.

Infine, ecco scoccare la scintilla.

Un paio di settimane fa mi si visualizza nella mente l’immagine della copertina (questi due topi con occhietti spauriti che si stagliano davanti a una svastica felina) e non mi si toglie più finché non vado a comprare il libro. Se esiste una sorta di futuristica ipnosi a distanza, ne sono stata vittima.

Comunque, ipnosi o no, in una manciata di giorni lo leggo.

Ecco, la prima cosa che mi viene in mente è che Maus non ha niente a che fare con la letteratura.

La storia procede senza ritmo, in maniera lenta e con frequenti ridondanze; la scrittura è pesante e a volte didascalica. A ben vedere, forse Maus non ha niente a che fare neanche col fumetto. Per lo meno col fumetto cui ero abituato io: i disegni sono sporchi, privi di dettagli, quasi solo abbozzati; i personaggi sono tutti uguali, impossibili da distinguere se non quando vengono chiamati per nome da altri personaggi.

La verità è che Maus ha a che fare con la vita.

L’opera è autobiografica. L’autore stesso è uno dei personaggi: Art è un giovane fumettista che decide di raccontare la storia del padre Vladek, un ebreo reduce dai campi di concentramento e sopravvissuto all’orrore nazista.

I personaggi dell’opera non hanno forma umana. Sono rappresentati come animali, secondo una distinzione sociale ben definita: gli ebrei sono topi (Maus in tedesco significa “topo”. Inoltre, il “Panzer VIII Maus” era un carro armato tedesco della Seconda Guerra Mondiale); i nazisti, naturalmente, sono gatti; i polacchi sono maiali, i francesi rane, gli americani cani.

Quando ho visto questi topolini indossare la maschera di gatti o di maiali (rappresentazione grafica dell’essere riusciti a ottenere documenti di identità falsi) e, in questo modo, passare inosservati ai loro aguzzini, ho capito la grandezza di Maus: l’orrore della vita racchiuso in un “semplice” fumetto.

Da un certo punto di vista tutto ciò potrebbe suonare blasfemo. Del resto, lo stesso Spigelman, durante la stesura dell’opera, fu tormentato dal timore di mancare di rispetto alle tante vittime dell’Olocausto con un’opera inadeguata: il fumetto infatti potrebbe sembrare uno strumento troppo riduttivo per essere applicato a una tematica così grave e importante. Ma questo (pre) giudizio viene completamente ribaltato dalla lettura di Maus. Anzi, quello che davvero succede è che il fumetto, con la sua semplicità, la sua grazia, le sue dinamiche, la sua poesia, funge da cassa da risonanza alle tragiche vicende vissute dal popolo ebraico.

E tu ti ritrovi a sfogliare le pagine e a soffrire assieme a questi topolini che cercano solo di sopravvivere. Finisci con l’affezionarti a un animale che, tipicamente, non è fatto per suscitare emozioni positive. Lo stesso Spiegelman lo ha scelto perché emblema della paura, del ribrezzo, perché ha voluto gridare a tutto il mondo come l’orrore nazista sia stato capace di ridurre esseri umani a bestie sporche e affamate.

Ecco che allora Maus ha sì a che fare con il fumetto, perché alla base c’è una scelta, coraggiosa e ben precisa, di condurre uno stile coerente con il processo allegorico avviato, di rappresentare la vita senza fronzoli, perché in quel periodo la vita degli ebrei era così.

Ma la vita bisogna avere il coraggio e il talento di raccontarla. E allora Maus ha a che fare anche con la letteratura. E con la grande, grandissima letteratura. Perché Maus è una storia bellissima che, nella sua lenta, ma inesorabile quotidianità ti prende per mano e ti conduce dalle case sfarzose delle prime tavole ai tuguri stretti e sporchi dei nascondigli, ai gretti e inumani lager, alle camere a gas, ai forni crematori, fino in fondo alle fosse comuni.

I topolini venivano messi in queste camere pulite e ordinate per fare la doccia. Dalle docce però non usciva acqua ma un insetticida, lo Zyklon B, che poteva procurare la morte in 3 minuti o in 30. Nella maggior parte dei casi, non era lo Zyklon a uccidere, ma il panico che si generava e che portava le persone ammassate a calpestarsi a vicenda. Quando i nazisti dovevano ripulire la doccia, si ritrovavano un mucchio di corpi, uno sopra l’altro: in alto, i più forti, in basso, i vecchi e i bambini, morti schiacciati, soffocati. Gli arti slogati, le dita delle mani rotte a forza di grattare sulle pareti per cercare una via di fuga. I graffi sulla porta, dove maggiore era il numero di corpi accalcati.

Ecco, in fin dei conti, cos’è davvero Maus: una intensa, terrificante esperienza di vita.

Valutazione: 9/10

SEGRETO BANCARIO – PARTE 1

SEGRETO BANCARIO – PARTE 1

La privatizzazione del sistema bancario

Se come Alessandro Spina, il protagonista del nostro romanzo, eravate troppo giovani durante i favolosi anni 80’, o se invece eravate già grandicelli ma distratti dall’esplosione dei video musicali in TV, dalle feste, dai trenini (Brigitte Bardot Bardot / Brigitte beijou beijou) e dall’esagerata euforia del momento, be’, allora è impossibile che vi ricordiate quanto il sistema bancario italiano fosse noioso a quei tempi.

Lo Stato (comprendente gli enti locali e le società pubbliche) controllava due terzi del mercato bancario; la Banca d’Italia “poteva decidere sull’ingresso nel mercato delle aziende di credito e regolare la loro articolazione territoriale di sportelli”*, facendo sostanzialmente da barriera all’ingresso di nuovi soggetti; e le banche… Facevano le banche. Il resto, ero loro vietato.

Lo scenario era più o meno questo.
C’erano le tre S.p.A. controllate dall’Iri: Banca commerciale italiana, Credito italiano e Banca di Roma; i sei istituti di credito di diritto pubblico: Banca nazionale del lavoro, Istituto bancario San Paolo di Torino, Monte dei Paschi di Siena, Banco di Napoli, Banco di Sicilia e Banco di Sardegna; le banche popolari cooperative; le casse di risparmio e dei i monti di credito su pegno; le casse rurali e artigiane; e le banche di credito ordinario: banche giuridicamente private, ma il cui azionariato era spesso pubblico.

Non è difficile credere che in un tale contesto il management bancario puntasse non tanto a obiettivi di reddito, quanto all’accrescimento dell’azienda, più che altro pensando agli effetti che questa ipotetica crescita avrebbe potuto avere sui propri stipendi e su una certa influenza nei confronti dei referenti politici.

Vincenzo Imperatore ci racconta nel suo Io so e ho le prove di come allora il sistema della raccomandazione, non solo per l’assunzione ma perfino per la concessione delle ferie ai propri dipendenti, fosse di gran lunga quello predominante.

Imperatore ci parla però di un tipo di dirigente diverso da quello che si imporrà di lì a poco: si tratta di persone pazienti e molto preparate. Il loro percorso prevedeva una lunga gavetta, studi teorici e anni di affiancamento anche solo per salire il primo gradino della scala gerarchica: la dirigenza di una piccola filiale.

Ed è in questo contesto che Bernardo Spina (classe 1953, laurea con lode nel 1978, figlio di Alessandro Maria Spina, uno dei manager di spicco della stessa Banca che lo ha assunto) è all’apice della sua carriera.
Bernardo è un tipo scrupoloso. Lontano anni luce dagli Yuppies che furoreggiano nella cultura degli anni 80’. Pondera con calma ogni scelta. È un inguaribile onesto, incapace di vendere al prossimo ciò che lui non acquisterebbe. Del resto vendere non fa parte del DNA del bancario. Non ancora, per lo meno.

Arrivano però gli anni 90′. Di colpo, stop ai trenini. La festa è finita: deejay, spegni la musica.
Il nuovo imperativo è privatizzare. Ci si deve liberare persino dell’Iri: il Governo deve monetizzare, stringere la cinghia per entrare nell’Euro.
L’economia ha nuovi obiettivi e nuove regole. Anzi, non le vuole più le regole. È il mercato che deve pensare per sé.

Per quanto riguarda le banche, tre sono i provvedimenti fondamentali di questo rinnovamento:

– la Legge Amato-Carli del 1990;

– il Decreto Legislativo 481 del 1992, che recepisce la seconda direttiva Cee;

– Il Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, emanato con il Decreto Legislativo del 1 settembre 1993.

Con il Testo Unico nasce la banca “universale”.

Le banche, che vengono incentivate a trasformarsi in società per azioni, possono esercitare (quasi) ogni tipo di operazione finanziaria.
Cade la distinzione in funzione della natura giuridica, dando il là alle fusioni di banche appartenenti a diverse tipologie: nascono così i grossi gruppi bancari che siamo abituati a vedere ai giorni nostri, formati in genere da una banca e dalle sue società satellite (finanziarie, immobiliari, di gestione di servizi, ecc…)
Gli enti bancari vengono scissi in fondazioni (enti pubblici titolari della proprietà) e le banche in sé, costituite, come detto, in società per azioni. Per effetto di questa scissione e, in seguito, alla dismissione della proprietà da parte delle fondazioni, che si avvierà in breve il processo di privatizzazione.

E il management? Che fine farà adesso il nostro Bernardo Spina?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare al racconto di Imperatore: “In poco tempo si verifica una mutazione antropologica del manager, che anno dopo anno subisce un’assuefazione ai ritmi imposti dal top management. […] Se il nuovo assunto era un buon venditore faceva carriera istantanea e in due anni e mezzo, massimo tre, lo trovavi a fare il direttore. […] Tanti top manager che ho conosciuto avevano questo profilo: la capacità di essere dei grandissimi trascinatori, degli incantatori di serpenti con la dote naturale del leader. Tutta l’attività bancaria finisce nelle mani di persone il cui unico talento è la capacità di sedurre e conquistare il cliente o il collaboratore”**.

Un’immagine, insomma, che non combacia per nulla con quella del nostro Bernardo, che a quarantacinque anni, lanciato verso le altissime sfere del management, si ritrova di punto in bianco a dover concorrere con un branco di giovani “incantatori di serpenti” pronti a vendere, e vendere, a qualunque costo. Con qualunque mezzo.

Cosa ne sarà di lui? Be’, questo lo potrete leggere nel romanzo.

Cosa ne sarà del sistema bancario? Lo vedremo nella prossima puntata.

Fonti:

* La Banca (1999), di Giuseppe Marotta. Editore: Il Mulino.

** Io so e ho le prove (2014), di Vincenzo Imperatore. Editore: Chiarelettere.

Le informazioni riportate in questo articolo sono state ricavate dai libri citati e da ricerche fatte su internet. Per una trattazione più specifica si rimanda alla lettura di tali testi o di altri.

Blurp!

Blurp!

CHI INDOVINA LO SCRITTORE?

Chi indovina lo scrittore? è il giochino che ci siamo inventati per pubblicizzare, sulla pagina Facebook dei Criminali in trappola, il nostro romanzo “Un segreto ben custodito”.

Di volta in volta, proporremo improbabili blurp (brevi frasi promozionali tanto in voga negli States) di scrittori che potrebbero aver letto (😌) Un segreto ben custodito e chi vorrà partecipare dovrà indovinarne l’autore, motivando la scelta.
Man mano che il gioco prosegue, stileremo una classifica generale e può darsi che il primo classificato vinca un grandioso premio di modicissimo valore.

AGGIORNAMENTO: A vincere un grandioso premio, di modicissimo valore, saranno addirittura i primi 5 classificati che si aggiudicheranno una fantastica maglietta criminale:

REGOLAMENTO

  1. A cadenza giornaliera, con l’esclusione della domenica, sulla pagina facebook dei Criminali in Trappola (Facebook), alle 21.00 in punto, salvo diverse indicazioni, verrà aperto un post intitolato “CHI INDOVINA LO SCRITTORE?” contenente il blurp! del giorno. Da quel momento, chinque potrà provare a dare la risposta giusta.
  2. Chi indovina lo scrittore avrà diritto a 3 punti palloncino (); tutti quelli che partecipano guadagneranno 1 punto palloncino ().
  3. Verranno assegnati 2 punti palloncino () a chi, pur non indovinando, inserirà la risposta “decisiva”, cioè quella che permetta a tutti i partecipanti di fare un passo deciso verso la soluzione.
  4. Verranno assegnati 2 punti palloncino () a chi, pur non indovinando, inserirà la motivazione, a nostra discrezione, più bella, interessante e/o fantasiosa.
  5. Verrà assegnato 1 punto palloncino () per ogni indizio trovato, indipendentemente dal vincitore. Questo significa che se il vincitore non avrà individuato tutti gli indizi, potranno farlo gli altri partecipanti, guadagnando un punto palloncino  per ogni indizio trovato.
  6. Sono ammessi gli ex aequo nella distribuzione dei palloncini.
  7. Qualora non venisse data la risposta corretta entro un certo lasso di tempo a nostra discrezione dalla pubblicazione del post, sarà concesso un ulteriore indizio. Saranno concessi indizi finché non sarà indovinato lo scrittore.
  8. Tutti i partecipanti a “CHI INDOVINA LO SCRITTORE?” entreranno a far parte della classifica generale che può essere consultata qui sotto. I primi 5 classificati si aggiudicheranno una delle fantastiche magliette criminali, oltre ad altri premi che per ora esistono solo nella nostra fervida immaginazione.
  9. Ricordiamo che il giochino è finalizzato a fare pubblicità al nostro romanzo “UN SEGRETO BEN CUSTODITO”. Saremo, pertanto, grati a tutti i partecipanti che vorranno leggere il libro e che vorranno pubblicizzarlo tra i propri contatti e amici 🙂

Di seguito, potete visualizzare la classifica generale.

 

CLASSIFICA FINALE

Segreto bancario – Introduzione

Segreto bancario – Introduzione

Un segreto ben custodito prende spunto dalle problematiche che da diversi anni agitano il sistema bancario del nostro Paese. Tanto che il titolo del romanzo in un primo momento era proprio Segreto bancario.

Con “segreto bancario” volevamo far riferimento alla nota pratica di segretezza, messa in atto dagli istituti bancari, che mira a tutelare la riservatezza dei propri clienti. Fino a qualche tempo fa questa pratica rappresentava una specie di muro invalicabile che, in nome di concetti eticamente corretti come la privacy e il segreto professionale, facilitava costumi meno edificanti come l’evasione fiscale e le operazioni di riciclaggio di denaro sporco, calando un velo impenetrabile su tante attività più o meno lecite.

Le vicende del romanzo accadono tutte nei torridi giorni che vanno dal 18 al 29 giugno del 2015, giorni caldi non solo da un punto di vista meteorologico ma anche per un avvenimento di rilievo nella politica europea come la crisi scoppiata in Grecia, dove di lì a poco verrà indetto dal governo locale il famoso referendum consultivo sulle proposte avanzate dalla Commissione europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.

Da qualche mese, inoltre, sono trapelate sui giornali italiani notizie allarmanti sulle difficoltà economiche di quattro importanti istituti bancari: Banca Etruria (già commissariata nel febbraio 2015), Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti. Banche che di lì a poco verranno messe in liquidazione coatta amministrativa dal Governo italiano, che riunito domenica 22 novembre approva il Decreto-Legge 183/2015, il cosiddetto Salva-banche, anticipando di una quarantina di giorni l’entrata in vigore della normativa europea del Bail in.

Giugno del 2015, infine, è anche il mese in cui i Criminali in trappola (cioè noi, che allora non esistevamo con tale nome) iniziano la lettura di alcuni saggi sulle storture del sistema bancario. Sono infatti titoli come Io so e ho le prove, di Vincenzo Imperatore, e La rivolta del correntista di Mario Bortoletto (e in seguito Sabbie mobili. Esiste un banchiere perbene? di Fabio Innocenzi e altri ancora) a stuzzicarci la vena creativa e a convincerci di avere in mano tutti gli elementi per poter collegare le trasformazioni delle banche italiane negli ultimi vent’anni attraverso una storia e dei personaggi ancora da definire.

Scopo di questo articolo, che abbiamo deciso di dividere in puntate per non appesantirne troppo la lettura, è di raccontarvi la genesi di Un segreto ben custodito, analizzandone il background socio-economico.

Senza pretesa di essere esaustivi, ripercorreremo a grandi linee i mutamenti del sistema bancario italiano e il modo in cui essi hanno influito su alcuni dei personaggi (di fantasia) del romanzo.

La prossima puntata inizierà con il periodo delle privatizzazioni.

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