Un segreto ben custodito

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Intervista ad Attilio Facchini

Intervista ad Attilio Facchini

 

Attilio Facchini, intervistato da TG24.info, ha parlato del progetto editoriale dei Criminali in trappola e del romanzo Un segreto ben custodito, edito da Libromania.

Avevate mai sentito parlare di soft boiled?

Intanto, in attesa dell’imminente uscita del cortometraggio che farà da booktrailer al libro, vi lasciamo tre brevissime pillole.

E la lettura di un brano tratto dal romanzo.

 

JITTERBUG WALTZ

JITTERBUG WALTZ

Herb Geller – Jitterbug waltz

La finestra della camera d’albergo dava sulla spiaggia.
Era stato Bernardo a pretenderlo, facendo valere, per una volta, la sua posizione di dirigente.
Micol, sdraiata su un fianco, osservava le barche a vela che attraversavano lo scorcio di mare visibile tra gli scuri socchiusi.
Un mare così azzurro non l’avevo mai visto, disse. Nemmeno a Genova.
Non saprei, rispose lui cingendole un fianco con un braccio e carezzandole il ventre.
Mi mette il broncio, direttore?
Ho solo bisogno di un caffè.
Da qualche minuto l’andirivieni nel corridoio dell’albergo era cessato. Tutti i partecipanti al dibattito organizzato dall’ABI si erano ritirati nelle proprie stanze, approfittando della pausa pomeridiana. Un silenzio scomodo sembrava stringere i due amanti, come una coperta troppo ruvida.
Mio padre mi sta rendendo la vita impossibile, disse Bernardo. Ho il sospetto che sia venuto a sapere di noi.
Perché, sei ancora convinto che gli si possa nascondere qualcosa dentro la Banca?
Non lo so. Sarebbe bello. Ho sempre avuto l’impressione che mi tratti come un sottoposto. Non ricordo nemmeno più quando eravamo solo un bambino e il suo papà.
Chiudi gli occhi, disse allora Micol. Il mondo può essere molto diverso da come lo vedi.
Bernardo Spina spostò la mano sull’anca della giovane collega e con l’indice seguì la linea della coscia. Era bianca e liscia, e a lui sembrò che quella pelle avesse a che fare con la luna e le tenebre piuttosto che con il sole e il mare.
Non credo possa funzionare. Qualunque cosa faccio, il mio mondo torna sempre a bussare, prima o poi.
Sapevi che mio padre è stato rapito quando ero una bambina?
Bernardo scosse la testa: Come potevo saperlo?
Be’, è una storiella che gira tra quelli delle Risorse Umane.
Ed è vera?
Restò prigioniero per tre giorni. Poi mia madre trovò il modo di pagare il riscatto, e lui tornò a casa.
Micol si rannicchiò su se stessa come colta da un brivido di freddo. A Bernardo ricordò uno di quegli insetti che, impauriti, si rinchiudono in una sfera.
Perché mi hai raccontato questa storia?
Non lo so. È solo che mio padre, allora, aveva la tua età.
Vuoi ricordarmi che sono vecchio? O che dovrei smetterla di sentirmi sempre in trappola? In ogni caso, non credo ci sia qualcuno disposto a pagare il mio riscatto.
Non era sicuro di aver compreso. Conosceva Micol e sapeva che nelle sue parole c’era quasi sempre un sottotesto da decifrare. Si rabbuiò.
Manca poco al rientro in sala, disse infine.
Non avere fretta. Rallenta il tuo tempo interiore, lo farà anche quello fuori.
Vorresti fermare il tempo e restare qui all’infinito?
Se il tempo non scorresse, non avrebbe alcun senso la parola infinito.
Bernardo la baciò sulla schiena, le scostò da un lato i lunghi capelli neri e le mordicchiò il collo. Qui e ora è stupendo, comunque, sussurrò.
Micol si girò e affondò la nuca sul cuscino un po’ troppo alto. Bernardo fece lo stesso e le prese la mano. Restarono sdraiati, uno di fianco all’altra, senza parlare, per un tempo che a lui parve lunghissimo. Una ventata improvvisa spalancò gli scuri, illuminando la stanza. L’aria nuova sapeva di sale. I contorni degli oggetti acquisirono una concretezza così brutale che Bernardo provò un attimo di smarrimento.
Non ti ho mai chiesto se sei stata sposata.
Non lo farò mai. Io amo solo me stessa. Questo è meglio che tu lo sappia fin da subito.
Bernardo pensò per un momento a sua moglie e al piccolo Alessandro, già così ribelle, così diverso da lui. Poi gli venne in mente una melodia triste. Aveva ben impresso nella mente il fruscio di quel disco che faceva da sottofondo alle note suonate da un organo, ma non riusciva a ricordare il nome dell’autore né tanto meno il titolo della canzone. Si ripromise che l’avrebbe cercato, una volta tornato a casa.

AUTOSCONTRO GENERAZIONALE

AUTOSCONTRO GENERAZIONALE

Cat Steven – Father and son

I raggi del sole tagliano le vetrate dell’ufficio creando un corridoio luminoso, tunnel ascensionale per le particelle di polvere che concludono il loro viaggio sul pavimento di gres. Vincenzo, magro, sui sessant’anni, pelle del viso fresca di rasoio, incespica con le dita nodose sulla tastiera del computer. Di fianco all’anziano collega, Paride, più in carne e pelato, sfoglia un mucchio di fatture raccolte in una pila spessa quanto un dizionario. L’indice della mano destra cattura i fogli con rapide carezze e li accompagna verso la sinistra dove rimangono imprigionati. Un risucchio di saliva, e il dito è pronto a ghermire un altro foglio.
Nella stanza c’è puzza di muffa e sudore stantio, ma nessuno ci fa più caso. Un condizionatore dai filtri sporchi raffredda l’ambiente con gettiti d’aria gelida. Di fianco, il faccione accigliato di Mussolini, stampato sulla prima pagina del “Calendario storico 2008”, sembra sorvegliare gli impiegati affinché non sgarrino con i conti.
Una BMW X3 varca il cancello d’ingresso trascinandosi dietro un nuvolone bianco. La carrozzeria blu metallizzato proietta bagliori che accecano.
Vincenzo alza la testa per un attimo e getta un’occhiata a un orologio al quarzo sulla cui scocca è impressa la ragione sociale della ditta: “Marcelo Restaino & Figli S.n.c.”; l’errore ortografico, gentile omaggio di un’agenzia pubblicitaria fallita da un pezzo. Sono le quindici, si sta facendo tardi, pensa Vincenzo, che subito torna a battere sui tasti scuotendo la testa: lui non vuole problemi. No di certo.
La BMW parcheggia davanti agli uffici. Lo sportello si apre e scende Gabriele Restaino, uno dei due “Figli S.n.c.”. Trent’anni, scarpe nere lucide, tutto in tiro nel suo completo di lino grigio scuro, entra fischiettando il celebre motivetto della Carmen: l’amour est fi fi fi fi…
Paride gli si fa incontro: È tua?
Bella, vero?
Deve costare una barca di soldi.
Ce la scarichiamo dalle tasse e recuperiamo l’iva. Ci costa la metà, in pratica. E l’azienda ci guadagna in immagine.
Ci guadagna lui, rimugina Vincenzo tra sé e sé.
Proprio in quel momento arriva un’altra macchina. Paride si precipita al lavoro. Gabriele serra labbra e pugni. Vincenzo torna a battere sui tasti con maggiore energia. È la Golf bianca di Marcello Restaino, la vernice scrostata in più punti. Un fumo nero esce dallo scarico e si mescola con la polvere del piazzale dando vita a una strana miscela grigia. La targa è una di quelle che iniziano con la sigla di una provincia: FR. Marcello comprò l’automobile quando ancora viveva a Frosinone, quindici anni fa. Prima di spegnersi, il motore della Golf brontola per un po’. Gabriele cerca un’occhiata di conforto. Vincenzo non ricambia lo sguardo – lui non vuole problemi –, Paride abbozza un sorriso.
La porta si spalanca, il capo fa il suo ingresso.
Ciao, pà.
L’uomo strizza gli occhi. Gabriele, mani in tasca, stringe con una il cellulare e con l’altra il mazzo di chiavi. Paride finge di leggere documenti. Vincenzo continua a battere sulla tastiera. Nessuno fiata. Dopo un attimo di esitazione, Marcello prende le sigarette dal taschino della camicia. Ne accende una. Continua a guardare il figlio. Gabriele cerca di sostenerne lo sguardo. Paride alza gli occhi su di loro, li riabbassa subito. Vincenzo continua a battere sulla tastiera: non sparare sul pianista, prego.
Marcello Restaino fa un paio di boccate, poi dice: Qui non ce la voglio.
Non costa tanto, pa’, e poi l’immagine al giorno d’oggi conta molto… A Milano si ragiona in un’altra maniera, non è come giù.
Finché ci sono io, l’immagine dell’azienda sarà la mia Golf scassata.
Mantiene gli occhi fissi sul figlio. Poi getta la sigaretta sul pavimento e la calpesta. Esce dall’ufficio: Io sono in fabbrica.
Paride si alza, prende la scopa e raccoglie la cicca da terra. Torna a sedersi, in silenzio.
Gabriele, la testa bassa, rosso in viso, non si muove.
Il ragioniere continua a battere sulla tastiera. Lui, problemi non ne ha mai voluti.

 

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