Un segreto ben custodito

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Un segreto ben custodito – Il booktrailer

Un segreto ben custodito – Il booktrailer

Un segreto ben custodito, di Caudullo&Facchini

Vi arrendereste all’idea che vostro padre si è suicidato senza un valido motivo?
Chi poteva avercela con il direttore di una piccola agenzia bancaria di provincia?
E se tutti tentassero di convincervi che non c’è nulla da indagare, voi vi rassegnereste?
Ma se vostro padre risultasse uno sconosciuto persino per voi?

SEGRETO BANCARIO – PARTE 1

SEGRETO BANCARIO – PARTE 1

La privatizzazione del sistema bancario

Se come Alessandro Spina, il protagonista del nostro romanzo, eravate troppo giovani durante i favolosi anni 80’, o se invece eravate già grandicelli ma distratti dall’esplosione dei video musicali in TV, dalle feste, dai trenini (Brigitte Bardot Bardot / Brigitte beijou beijou) e dall’esagerata euforia del momento, be’, allora è impossibile che vi ricordiate quanto il sistema bancario italiano fosse noioso a quei tempi.

Lo Stato (comprendente gli enti locali e le società pubbliche) controllava due terzi del mercato bancario; la Banca d’Italia “poteva decidere sull’ingresso nel mercato delle aziende di credito e regolare la loro articolazione territoriale di sportelli”*, facendo sostanzialmente da barriera all’ingresso di nuovi soggetti; e le banche… Facevano le banche. Il resto, ero loro vietato.

Lo scenario era più o meno questo.
C’erano le tre S.p.A. controllate dall’Iri: Banca commerciale italiana, Credito italiano e Banca di Roma; i sei istituti di credito di diritto pubblico: Banca nazionale del lavoro, Istituto bancario San Paolo di Torino, Monte dei Paschi di Siena, Banco di Napoli, Banco di Sicilia e Banco di Sardegna; le banche popolari cooperative; le casse di risparmio e dei i monti di credito su pegno; le casse rurali e artigiane; e le banche di credito ordinario: banche giuridicamente private, ma il cui azionariato era spesso pubblico.

Non è difficile credere che in un tale contesto il management bancario puntasse non tanto a obiettivi di reddito, quanto all’accrescimento dell’azienda, più che altro pensando agli effetti che questa ipotetica crescita avrebbe potuto avere sui propri stipendi e su una certa influenza nei confronti dei referenti politici.

Vincenzo Imperatore ci racconta nel suo Io so e ho le prove di come allora il sistema della raccomandazione, non solo per l’assunzione ma perfino per la concessione delle ferie ai propri dipendenti, fosse di gran lunga quello predominante.

Imperatore ci parla però di un tipo di dirigente diverso da quello che si imporrà di lì a poco: si tratta di persone pazienti e molto preparate. Il loro percorso prevedeva una lunga gavetta, studi teorici e anni di affiancamento anche solo per salire il primo gradino della scala gerarchica: la dirigenza di una piccola filiale.

Ed è in questo contesto che Bernardo Spina (classe 1953, laurea con lode nel 1978, figlio di Alessandro Maria Spina, uno dei manager di spicco della stessa Banca che lo ha assunto) è all’apice della sua carriera.
Bernardo è un tipo scrupoloso. Lontano anni luce dagli Yuppies che furoreggiano nella cultura degli anni 80’. Pondera con calma ogni scelta. È un inguaribile onesto, incapace di vendere al prossimo ciò che lui non acquisterebbe. Del resto vendere non fa parte del DNA del bancario. Non ancora, per lo meno.

Arrivano però gli anni 90′. Di colpo, stop ai trenini. La festa è finita: deejay, spegni la musica.
Il nuovo imperativo è privatizzare. Ci si deve liberare persino dell’Iri: il Governo deve monetizzare, stringere la cinghia per entrare nell’Euro.
L’economia ha nuovi obiettivi e nuove regole. Anzi, non le vuole più le regole. È il mercato che deve pensare per sé.

Per quanto riguarda le banche, tre sono i provvedimenti fondamentali di questo rinnovamento:

– la Legge Amato-Carli del 1990;

– il Decreto Legislativo 481 del 1992, che recepisce la seconda direttiva Cee;

– Il Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, emanato con il Decreto Legislativo del 1 settembre 1993.

Con il Testo Unico nasce la banca “universale”.

Le banche, che vengono incentivate a trasformarsi in società per azioni, possono esercitare (quasi) ogni tipo di operazione finanziaria.
Cade la distinzione in funzione della natura giuridica, dando il là alle fusioni di banche appartenenti a diverse tipologie: nascono così i grossi gruppi bancari che siamo abituati a vedere ai giorni nostri, formati in genere da una banca e dalle sue società satellite (finanziarie, immobiliari, di gestione di servizi, ecc…)
Gli enti bancari vengono scissi in fondazioni (enti pubblici titolari della proprietà) e le banche in sé, costituite, come detto, in società per azioni. Per effetto di questa scissione e, in seguito, alla dismissione della proprietà da parte delle fondazioni, che si avvierà in breve il processo di privatizzazione.

E il management? Che fine farà adesso il nostro Bernardo Spina?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare al racconto di Imperatore: “In poco tempo si verifica una mutazione antropologica del manager, che anno dopo anno subisce un’assuefazione ai ritmi imposti dal top management. […] Se il nuovo assunto era un buon venditore faceva carriera istantanea e in due anni e mezzo, massimo tre, lo trovavi a fare il direttore. […] Tanti top manager che ho conosciuto avevano questo profilo: la capacità di essere dei grandissimi trascinatori, degli incantatori di serpenti con la dote naturale del leader. Tutta l’attività bancaria finisce nelle mani di persone il cui unico talento è la capacità di sedurre e conquistare il cliente o il collaboratore”**.

Un’immagine, insomma, che non combacia per nulla con quella del nostro Bernardo, che a quarantacinque anni, lanciato verso le altissime sfere del management, si ritrova di punto in bianco a dover concorrere con un branco di giovani “incantatori di serpenti” pronti a vendere, e vendere, a qualunque costo. Con qualunque mezzo.

Cosa ne sarà di lui? Be’, questo lo potrete leggere nel romanzo.

Cosa ne sarà del sistema bancario? Lo vedremo nella prossima puntata.

Fonti:

* La Banca (1999), di Giuseppe Marotta. Editore: Il Mulino.

** Io so e ho le prove (2014), di Vincenzo Imperatore. Editore: Chiarelettere.

Le informazioni riportate in questo articolo sono state ricavate dai libri citati e da ricerche fatte su internet. Per una trattazione più specifica si rimanda alla lettura di tali testi o di altri.

PARTITA A SQUASH

PARTITA A SQUASH

Gabriele Restaino, in procinto di lanciare in aria la pallina nera da squash e colpirla con tutta la forza di cui può disporre nel finale di una partita tesa ed equilibrata che lo vede comunque in svantaggio, come un piccolo Creatore nell’istante appena precedente all’esplosione di un Bing Bang sta per mettere in moto una serie di eventi di cui adesso è responsabile, sì, ma di cui quasi subito perderà il controllo. La piccola sfera dagli occhi gialli, schiaffeggiata dal piatto della sua racchetta, si deforma in maniera impercettibile, roba di pochi millimetri, poco prima di filare dritta come un minuscolo disco volante verso il muro che all’impatto ne assorbirà parte dell’energia e la rispedirà verso Giuseppe Sarausa, assicuratore, un po’ più in là con gli anni rispetto all’avversario ma dotato di un fisico invidiabile, il quale, fermo in posizione d’attesa, con in pugno la racchetta che la figlia Caterina gli ha comprato su Amazon a 99,99 euro per un compleanno o un onomastico o chissà quale altro avvenimento, la vedrà, per l’infinitesima frazione temporale che trascorre tra l’urto sul muro e il cambio repentino di direzione, come se si fosse arrestata in un fermo-immagine, e infine sferrerà un tremendo rovescio, ribaltando la situazione di pericolo e lasciando adesso lo sfidante nella scomoda posizione di doversi difendere e contrattaccare.
La risposta di Restaino, imprenditore edile scaltro, dall’etica incerta e dalle amicizie di dubbia provenienza, però è infida, e coglie Giuseppe in contro tempo. Il giocatore, che è in là con gli anni, sì, ma che ha ancora una muscolatura agile ed elastica, spingendo sull’avampiede sinistro scatta di lato, evita l’avversario – che all’ultimo momento fa un balzo all’indietro – e dopo aver osservato con sguardo fermo la pallina sbattere sul pavimento, poi sulla parete di destra, quindi sul vetro, allunga la racchetta in un ultimo spasmo atletico e colpisce quasi alla cieca; il colpo che ne viene però non è secco: le corde tagliano la palla facendola roteare su se stessa in una lenta parabola; un numero da artista, che costringe Gabriele a scattare in avanti in uno sprint da restare senza fiato. Ed eccolo, allora, l’imprenditore quarantenne, spregiudicato, muovendosi con gesti eleganti, un occhio semichiuso per lo sforzo, mentre usa il dorso della mano sinistra per catturare le gocce di sudore che dall’estremità di un ciuffo ribelle gli stanno per finire sugli occhi, chinarsi, aprire il braccio destro e lasciarlo andare con rabbia, agganciando la palla a pochi centimetri dal pavimento e facendola schizzare di nuovo a velocità supersonica; e subito dopo di nuovo correre, a perdifiato, per riprendere la posizione corretta e non scoprirsi a inevitabili azioni controffensive che ne minerebbero la stabilità, emotiva prima ancora che fisica, perché questo è il punto che potrebbe dare la vittoria al contendente o regalare a lui un pareggio che ribalterebbe la situazione in suo vantaggio.
È in quell’ultima corsa, folle e disperata, che voltandosi verso la parete di vetro scorge la presenza di una donna, che forse è lì per lui, oppure guarda la partita in maniera distratta per ingannare il tempo; è magra, indossa un vestito rosso che lascia scoperte le gambe e le braccia, mettendo in risalto la pelle bianca. L’occhio di Restaino, sensibile alle beltà femminili, registra tutti questi particolari in pochi attimi, prima di riportare la concentrazione sulla nuova risposta di Gabriele, che non sembra scalfito dalla fatica e pare che danzi sul parquet. Dunque, ancora uno scatto, schiena bassa, rischiando di scivolare e cedere così la partita facendo pure una magra figura con la signora che forse è ancora lì e lo sta guardando; ancora l’estrema elongazione del braccio, di cui la racchetta diventa parte e prolungamento. Con un rapido movimento del polso riesce a trovare la pallina, che adesso batte contro il muro e dopo aver toccato terra danza incerta tra la parete laterale e quella di vetro prima di venire calamitata dalla racchetta di Giuseppe Sarausa, assicuratore, la cui figlia lui reputa un po’ strana, ma tutto sommato meglio di altre – non si può mica avere tutto –, che non si lascia sorprendere e anzi è lui che sorprende l’avversario, se non altro per la prontezza di riflessi e la forma invidiabile con cui si avventa sulla pallina, che una volta frustata quasi non si solleva da terra e procede rasente il pavimento.
Gabriele, l’imprenditore, figlio a sua volta di imprenditore morto suicida, si lancia ancora in avanti come se da quel punto dovesse dipendere il suo sogno di rivalsa e riscatto sociale, seguendo la palla nera con i due puntini gialli che prosegue la sua strana traiettoria lontano da lui, dove solo con un ultimo colpo di reni e un tuffo può arrivare, in un ultimo disperato tentativo di agganciarla dal basso verso l’alto come per uncinarla con la sua racchetta acquistata in un costoso negozio sportivo di Corso Buenos Aires a Milano.
Un tonfo. La palla tocca terra mentre Gabriele finisce con una spallata addosso alla parete. Punto, set, match. Uhhh uh, grida Giuseppe vedendo Gabriele a terra, supino. Esausto. Non c’è pietà per i perdenti, è così che gira il mondo, è così che gira sui campi di squash di Monza da quaranta euro l’ora. Quando infine arriva anche il momento della sportività, e Giuseppe si avvicina con la sua mano sudata, leggermente tremula e la porge a Gabriele, aiutandolo a rialzarsi e dice: Bella partita, questi risponde: Solo fortuna, e mugugnando all’improvviso si ricorda di quella donna che assomigliava così tanto a Micol Nera e che adesso sembra essersi dileguata, lasciandolo solo a leccarsi le ferite e con l’incombenza di dover pagare da bere al vincitore che dinanzi all’ingresso degli spogliatoi lo sta ancora sbeffeggiando.

JITTERBUG WALTZ

JITTERBUG WALTZ

Herb Geller – Jitterbug waltz

La finestra della camera d’albergo dava sulla spiaggia.
Era stato Bernardo a pretenderlo, facendo valere, per una volta, la sua posizione di dirigente.
Micol, sdraiata su un fianco, osservava le barche a vela che attraversavano lo scorcio di mare visibile tra gli scuri socchiusi.
Un mare così azzurro non l’avevo mai visto, disse. Nemmeno a Genova.
Non saprei, rispose lui cingendole un fianco con un braccio e carezzandole il ventre.
Mi mette il broncio, direttore?
Ho solo bisogno di un caffè.
Da qualche minuto l’andirivieni nel corridoio dell’albergo era cessato. Tutti i partecipanti al dibattito organizzato dall’ABI si erano ritirati nelle proprie stanze, approfittando della pausa pomeridiana. Un silenzio scomodo sembrava stringere i due amanti, come una coperta troppo ruvida.
Mio padre mi sta rendendo la vita impossibile, disse Bernardo. Ho il sospetto che sia venuto a sapere di noi.
Perché, sei ancora convinto che gli si possa nascondere qualcosa dentro la Banca?
Non lo so. Sarebbe bello. Ho sempre avuto l’impressione che mi tratti come un sottoposto. Non ricordo nemmeno più quando eravamo solo un bambino e il suo papà.
Chiudi gli occhi, disse allora Micol. Il mondo può essere molto diverso da come lo vedi.
Bernardo Spina spostò la mano sull’anca della giovane collega e con l’indice seguì la linea della coscia. Era bianca e liscia, e a lui sembrò che quella pelle avesse a che fare con la luna e le tenebre piuttosto che con il sole e il mare.
Non credo possa funzionare. Qualunque cosa faccio, il mio mondo torna sempre a bussare, prima o poi.
Sapevi che mio padre è stato rapito quando ero una bambina?
Bernardo scosse la testa: Come potevo saperlo?
Be’, è una storiella che gira tra quelli delle Risorse Umane.
Ed è vera?
Restò prigioniero per tre giorni. Poi mia madre trovò il modo di pagare il riscatto, e lui tornò a casa.
Micol si rannicchiò su se stessa come colta da un brivido di freddo. A Bernardo ricordò uno di quegli insetti che, impauriti, si rinchiudono in una sfera.
Perché mi hai raccontato questa storia?
Non lo so. È solo che mio padre, allora, aveva la tua età.
Vuoi ricordarmi che sono vecchio? O che dovrei smetterla di sentirmi sempre in trappola? In ogni caso, non credo ci sia qualcuno disposto a pagare il mio riscatto.
Non era sicuro di aver compreso. Conosceva Micol e sapeva che nelle sue parole c’era quasi sempre un sottotesto da decifrare. Si rabbuiò.
Manca poco al rientro in sala, disse infine.
Non avere fretta. Rallenta il tuo tempo interiore, lo farà anche quello fuori.
Vorresti fermare il tempo e restare qui all’infinito?
Se il tempo non scorresse, non avrebbe alcun senso la parola infinito.
Bernardo la baciò sulla schiena, le scostò da un lato i lunghi capelli neri e le mordicchiò il collo. Qui e ora è stupendo, comunque, sussurrò.
Micol si girò e affondò la nuca sul cuscino un po’ troppo alto. Bernardo fece lo stesso e le prese la mano. Restarono sdraiati, uno di fianco all’altra, senza parlare, per un tempo che a lui parve lunghissimo. Una ventata improvvisa spalancò gli scuri, illuminando la stanza. L’aria nuova sapeva di sale. I contorni degli oggetti acquisirono una concretezza così brutale che Bernardo provò un attimo di smarrimento.
Non ti ho mai chiesto se sei stata sposata.
Non lo farò mai. Io amo solo me stessa. Questo è meglio che tu lo sappia fin da subito.
Bernardo pensò per un momento a sua moglie e al piccolo Alessandro, già così ribelle, così diverso da lui. Poi gli venne in mente una melodia triste. Aveva ben impresso nella mente il fruscio di quel disco che faceva da sottofondo alle note suonate da un organo, ma non riusciva a ricordare il nome dell’autore né tanto meno il titolo della canzone. Si ripromise che l’avrebbe cercato, una volta tornato a casa.

AUTOSCONTRO GENERAZIONALE

AUTOSCONTRO GENERAZIONALE

Cat Steven – Father and son

I raggi del sole tagliano le vetrate dell’ufficio creando un corridoio luminoso, tunnel ascensionale per le particelle di polvere che concludono il loro viaggio sul pavimento di gres. Vincenzo, magro, sui sessant’anni, pelle del viso fresca di rasoio, incespica con le dita nodose sulla tastiera del computer. Di fianco all’anziano collega, Paride, più in carne e pelato, sfoglia un mucchio di fatture raccolte in una pila spessa quanto un dizionario. L’indice della mano destra cattura i fogli con rapide carezze e li accompagna verso la sinistra dove rimangono imprigionati. Un risucchio di saliva, e il dito è pronto a ghermire un altro foglio.
Nella stanza c’è puzza di muffa e sudore stantio, ma nessuno ci fa più caso. Un condizionatore dai filtri sporchi raffredda l’ambiente con gettiti d’aria gelida. Di fianco, il faccione accigliato di Mussolini, stampato sulla prima pagina del “Calendario storico 2008”, sembra sorvegliare gli impiegati affinché non sgarrino con i conti.
Una BMW X3 varca il cancello d’ingresso trascinandosi dietro un nuvolone bianco. La carrozzeria blu metallizzato proietta bagliori che accecano.
Vincenzo alza la testa per un attimo e getta un’occhiata a un orologio al quarzo sulla cui scocca è impressa la ragione sociale della ditta: “Marcelo Restaino & Figli S.n.c.”; l’errore ortografico, gentile omaggio di un’agenzia pubblicitaria fallita da un pezzo. Sono le quindici, si sta facendo tardi, pensa Vincenzo, che subito torna a battere sui tasti scuotendo la testa: lui non vuole problemi. No di certo.
La BMW parcheggia davanti agli uffici. Lo sportello si apre e scende Gabriele Restaino, uno dei due “Figli S.n.c.”. Trent’anni, scarpe nere lucide, tutto in tiro nel suo completo di lino grigio scuro, entra fischiettando il celebre motivetto della Carmen: l’amour est fi fi fi fi…
Paride gli si fa incontro: È tua?
Bella, vero?
Deve costare una barca di soldi.
Ce la scarichiamo dalle tasse e recuperiamo l’iva. Ci costa la metà, in pratica. E l’azienda ci guadagna in immagine.
Ci guadagna lui, rimugina Vincenzo tra sé e sé.
Proprio in quel momento arriva un’altra macchina. Paride si precipita al lavoro. Gabriele serra labbra e pugni. Vincenzo torna a battere sui tasti con maggiore energia. È la Golf bianca di Marcello Restaino, la vernice scrostata in più punti. Un fumo nero esce dallo scarico e si mescola con la polvere del piazzale dando vita a una strana miscela grigia. La targa è una di quelle che iniziano con la sigla di una provincia: FR. Marcello comprò l’automobile quando ancora viveva a Frosinone, quindici anni fa. Prima di spegnersi, il motore della Golf brontola per un po’. Gabriele cerca un’occhiata di conforto. Vincenzo non ricambia lo sguardo – lui non vuole problemi –, Paride abbozza un sorriso.
La porta si spalanca, il capo fa il suo ingresso.
Ciao, pà.
L’uomo strizza gli occhi. Gabriele, mani in tasca, stringe con una il cellulare e con l’altra il mazzo di chiavi. Paride finge di leggere documenti. Vincenzo continua a battere sulla tastiera. Nessuno fiata. Dopo un attimo di esitazione, Marcello prende le sigarette dal taschino della camicia. Ne accende una. Continua a guardare il figlio. Gabriele cerca di sostenerne lo sguardo. Paride alza gli occhi su di loro, li riabbassa subito. Vincenzo continua a battere sulla tastiera: non sparare sul pianista, prego.
Marcello Restaino fa un paio di boccate, poi dice: Qui non ce la voglio.
Non costa tanto, pa’, e poi l’immagine al giorno d’oggi conta molto… A Milano si ragiona in un’altra maniera, non è come giù.
Finché ci sono io, l’immagine dell’azienda sarà la mia Golf scassata.
Mantiene gli occhi fissi sul figlio. Poi getta la sigaretta sul pavimento e la calpesta. Esce dall’ufficio: Io sono in fabbrica.
Paride si alza, prende la scopa e raccoglie la cicca da terra. Torna a sedersi, in silenzio.
Gabriele, la testa bassa, rosso in viso, non si muove.
Il ragioniere continua a battere sulla tastiera. Lui, problemi non ne ha mai voluti.

 

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